La complessa questione della guerra civile spagnola ha radici profonde, che affondano negli eventi legati alla “Seconda Repubblica” proclamata il 14 aprile del 1931. Com’è noto, infatti, a séguito degli episodî politici che segnarono questa breve parentesi istituzionale, la Spagna si trovò stretta in una morsa cruenta che la tramutò in un vero e proprio mattatoio. La guerra civile si protrasse per il triennio 1936-39, fiaccando in maniera disastrosa le risorse umane della nazione. Come tutte le guerre civili e quella spagnola fu una delle più tremende essa si rivelò un evento lancinante e traumatico, che provocò una devastazione a lungo tangibile nelle carni come negli animi degli spagnoli, travolti da un cieco furore fratricida, il quale non lasciò decretare la propria fine se non al prezzo di una dittatura.
Questo tragico episodio ha segnato la storia spagnola e la sua eco stenta ancora a stemperarsi, alimentando tutt’oggi, nei dibattiti politici, violente contrapposizioni dialettiche. Di fronte ad una così delicata ed importante tappa nel cammino di un popolo non ci si può esimere dal ricercarne le cause scatenanti. L’indagine storiografica ha avuto uno scopo di primaria importanza che troppo a lungo è stato eluso dalla ricerca accademica, la quale ha preferito concentrarsi prevalentemente sulla veemente repressione che si suppone sia stata attuata contro i rivoluzionarî delle Asturie o sulla presunta politica autoritaria messa in opera dalla CEDA (Confederación Española de Derechas Autónomas). Un esempio smaccato di tale partigianeria lo forniscono, a giudizio di molti, i lavori dell’inglese Paul Preston. A colmare questa notevole lacuna sono recentemente sopraggiunti gli studî dell’intellettuale spagnolo Luis Pío Moa Rodríguez, altresì noto come Pío Moa.
Antico militante comunista ed esponente, negli anni Settanta, della formazione clandestina di ultrasinistra denominata GRAPO (Grupos de Resistencia Antifascista Primero de Octubre), che costituiva il ‘braccio armato’ di una corrente autonoma d’ispirazione maoista esperienza su cui ha scritto anche una memoria autobiografica intitolata “De un tiempo y de un país”. La izquierda violenta (1968-1978), pubblicata nel 2002 dalle Ediciones Encuentro di Madrid Moa ha sottoposto la propria impostazione ideologica, visceralmente antifranchista, ad una severa autocritica che lo ha condotto alla formulazione di un giudizio più equilibrato ed obiettivo, rispetto al passato, maturato in anni di studio rigoroso. La documentazione da lui accumulata è sfociata in una complessa attività di revisione storica, scandita da varî episodî editoriali.
L’ultima espressione di tale impegno, il cui intento principale è dichiaratamente quello di sfatare una serie di pregiudizî e luoghi comuni relativi alla guerra di Spagna, reca l’icastico titolo Los mitos de la guerra civil. Il libro, pubblicato nel gennaio dello scorso anno, ai primi di maggio 2003 aveva già visto susseguirsi ben sedici edizioni consecutive, con un totale di circa 80.000 copie vendute nel giro di pochi mesi. Alla fine dello stesso anno gli si è andata ad aggiungere la raccolta di articoli intitolata Contra la mentira, dal taglio maggiormente divulgativo, nella quale sono stati ricompresi alcuni fra gli interventi più significativi che Moa ha pubblicato durante il periodo 2000-2003 sulla rivista telematica Libertaddigital.com su tematiche sia prettamente storiche che di più stretta attualità politica.
Animato dall’intento di ricostruire con fedeltà, competenza e spirito critico gli antecedenti storici della guerra civile, Moa aveva già scritto, qualche tempo prima, una trilogia nella quale si esponevano con chiarezza fatti e personaggî che animarono lo scorcio storico che preluse allo scontro. Il primo tomo dell’opera sarebbe quello apparso per secondo, dedicato ai ritratti dei protagonisti, in cui venivano sondati i presupposti dell’esperienza repubblicana basandosi sul contrasto fra le memorie e le testimonianze degli stessi attori che calcarono la scena politica dell’epoca. Il secondo volume, pubblicato precedentemente e consacrato alle origini della guerra civile, s’incentrava sul periodo d’incubazione dello scontro armato, compreso fra il 1933 ed il 1934. Infine, il terzo studio, orientato all’esposizione del crollo della Seconda Repubblica, completava il ciclo investigando le conseguenze dell’insurrezione avvenuta nel 1934, sino al conflitto esploso due anni più tardi.
Il quesito che assillava lo studioso, relativamente alle cause della guerra, era un fattore moralmente decisivo, al di là della sua apparente puerilità: chi iniziò? A tale riguardo, oggigiorno non sembrerebbero più sussistere dubbî: cominciarono il PSOE (Partido Socialista Obrero Español) e la Esquerra (la Sinistra basca) nell’ottobre del 1934. A ben guardare, è ovvio che la questione rivesta un’importanza centrale nel dibattito sia politico che storiografico poiché, parafrasandola, la si potrebbe formulare nella seguente maniera: si giunse alla guerra civile per una minaccia di tipo ‘fascista’, alla quale le formazioni ‘progressiste’ si videro costrette a resistere o, piuttosto, vi si arrivò a causa di un sempre più incalzante pericolo rivoluzionario che le forze moderate (largamente predominanti) furono obbligate a contrastare alleandosi con i settori più radicali (in quel periodo numericamente inconsistenti) per fugare il rischio di un regime totalitario completamente asservito all’Unione Sovietica? Superfluo sembra il rimarcare come la risposta corretta appaia, a Moa, la seconda.
La tesi sviluppata nelle sue opere traccia un quadro delle responsabilità in cui si delinea nettamente la colpa dei partiti e movimenti politici che componevano le forze della Sinistra. Nella ricostruzione effettuata dallo storico e giornalista spagnolo si sostiene che l’esperienza maturata nell’ottobre del 1934, anziché annichilire i presupposti di uno scontro tra le diverse fazioni, li amplificò. Riprendendo e sviluppando una teoria già parzialmente enunciata da altri autori, a giudizio di Moa il 1934 va a costituire, in tal modo, un momento fondamentale al quale, di fatto, occorrerebbe retrodatare l’inizio del conflitto civile. L’insurrezione dell’ottobre, infatti, caricò negativamente il clima sociale, già teso ma non bellicoso a quel tempo; tanto che, a partire da quella data, il Frente Popular accentuò decisamente il proprio contributo alla creazione di un contesto caratterizzato da un odio esasperato, che avrebbe reso fatalmente irrecuperabile la congiuntura del 1936.
Col senno di poi, risulta piuttosto chiaro che a quell’esito nefasto si giunse per la scellerata volontà di chi preferì intendere il confronto politico come banco di prova delle proprie verità ideologiche, anziché come l’arena della mediazione possibile. Tale banco di prova decretò, poi, la vittoria della ‘reazione’. Da questo punto di vista, tuttavia, Moa non rinuncia a sottolineare come la stessa esperienza repubblicana sia sorta sulle ceneri ardenti dell’odium fidei, per cui s’incendiarono biblioteche e centri d’insegnamento e si chiusero senza motivo scuole, collegi e facoltà universitarie, adducendo come unica ragione che si trattava d’istituti a carattere religioso.
In tale cornice si giunse alla tornata elettorale del febbraio 1936, che portò al potere il già citato “Fronte Popolare” (repubblicani di sinistra, socialisti, comunisti e partiti regionalisti) con l’appoggio dei sindacati anarchici (CNT e FAI). Sebbene alcuni studiosi abbiano tentato di dissimulare la furia che presidiò quelle elezioni generali, a detta di Moa è sufficiente consultare la stampa dell’epoca per percepirla in tutto il suo potente influsso negativo al di là di ogni ragionevole dubbio. Come se ciò non bastasse, poiché l’ala socialista della coalizione di governo negava la propria collaborazione a qualunque disegno di riforma e si diceva disponibile soltanto alla preparazione della rivolta sociale, progettando l’instaurazione di un regime di terrore sull’esempio offerto dalla Russia bolscevica, la Spagna si avviava inesorabilmente verso quella che è stata definita una primavera trágica.
Va, comunque, ribadito che la fuorviante articolazione Destra/Sinistra non rende giustizia alle variegate sfumature che caratterizzavano i due poli da cui, allora, risultava composto lo spettro politico. Cospicua era, infatti, la fascia moderata nel raggruppamento conservatore. E, d’altra parte, le splendide pagine che nel proprio Homage to Catalonia dedicò all’evento il noto scrittore britannico George Orwell (che si era recato a combattere come volontario fra i miliziani trockijsti del Partido Obrero de Unificación Marxista) testimoniano delle contraddizioni e delle aspre divisioni che avrebbero continuato a lacerare le stesse forze antifranchiste anche durante la guerra civile, con i comunisti che fucilavano gli anarchici alle spalle.
Le tesi di Moa potrebbero venire così riassunte: la maggior parte dei frentepopulisti come li ha definiti l’autore desiderava la guerra fin dal 1933, cosicché la preparò ed in parte la intraprese nello stesso 1934, a partire dalle prove di forza come il grande sciopero contadino inscenato nel giugno, fino all’aperta insurrezione del mese di ottobre. Al contrario, la maggioranza della Destra temeva lo scontro e si decise per esso soltanto in extremis, quale inevitabile ribellione alle masse armate dalla Sinistra e non come attacco alla democrazia, la cui legalità era stata già gravemente compromessa dalle agitazioni e dai disordini che si erano susseguiti nell’ottobre del ’34 e nel periodo compreso tra il febbraio ed il luglio del ’36.
Perentorio e lapidario è il giudizio espresso da Moa sull’esperienza vissuta dagli spagnoli negli ultimi mesi della Repubblica. Il governo del Frente Popular che s’insediò a settembre del 1936 non ricostruì affatto le istituzioni repubblicane, bensì instaurò un ordine nuovo fondato su quelle forze politico-sociali che maggiormente avevano contrastato la legalità democratica. Con la centralizzazione economica, l’invio nella Mosca di Stalin delle riserve auree del Banco de España (un deposito che, all’epoca, era il quarto del mondo), la presenza sul territorio degli assessori sovietici ed il ruolo-chiave svolto dal Partito Comunista spagnolo (PCE), il Fronte Popolare si era convertito in un vero e proprio “protettorato dell’URSS”. Stanti così le cose, sembra proprio che lo scontro si fosse fatto davvero inevitabile.