Si racconta che sono state necessarie ben nove stesure perché, finalmente, vedesse la luce la nuova “Istruzione” della Congregazione per il Culto divino - intitolata “Redemptionis Sacramentum” - avente a tema i cosiddetti “abusi liturgici”. Un documento destinato a suscitare - come del resto è già accaduto nella fase dell'elaborazione del testo - polemiche e critiche accese, soprattutto da parte di quella “teologia progressista”, poco attenta ad ascoltare i richiami e il valore della Tradizione, intenta piuttosto a cercare un compromesso con la mentalità e la cultura del “saeculum”, con quella “scena di questo mondo” di cui parlano, con toni non certo teneri, i Vangeli e le lettere di San Paolo.
A leggere la “Redemptionis Sacramentum”, infatti, si rimane perfino sbalorditi nell'imbattersi in una perentorietà e fermezza di linguaggio che poco hanno a che fare con le melasse sentimentali e buoniste che caratterizzano oggi tanta parte della predicazione. L'Istruzione, del resto, fa seguito ad una serie di encicliche papali e di documenti della Congregazione per la Dottrina della fede (presieduta dal cardinale Joseph Ratzinger) che sembrano aver voluto ribaltare - o quanto meno precisare - un certo linguaggio e un certo pensiero teologico che, con l'apparente nobile motivazione di una maggiore apertura al “moderno”, al “dialogo” e allo “spirito dei tempi”, rischiavano di fatto di ridurre e svilire l'unicità dell'evento cristiano, dell'annuncio di Cristo come vero Dio e vero uomo, come sola “via, verità e vita”.
Così abbiamo avuto, nel 1993, l'enciclica “Veritatis splendor”, che ha condannato tutti gli orientamenti progressisti nel campo della morale cristiana. Poi è venuta la “Fides et ratio”, che ha riproposto, con la sensibilità “filosofica” tipica di Giovanni Paolo II, il valore di conoscenza mistica intrinseco alla fede e il legame inscindibile dell'umana ragione con l'Assoluto e con l'Eterno. E Wojtyla ha fatto ciò sollecitando i seminari teologici a riprendere in mano vigorosamente lo studio di Tommaso d'Aquino e di quel pensiero medievale che pareva, agli occhi di molti teologi “moderni”, un mero retaggio di un passato di cui liberarsi al più presto. Alla “Fides et ratio” è seguita la “Dominus Jesus”, documento della Congregazione per la Dottrina della fede che ha ribadito, di contro a certe tendenze sincretiste, l'irriducibilità del Cristianesimo a religione tra le altre, a pensiero in qualche modo assimilabile ad altri messaggi religiosi, a strada tra le tante percorse dall'uomo nella sua perenne ricerca della verità. Poi, nell'aprile 2003, Giovanni Paolo II ha voluto, con l'enciclica “Ecclesia de eucharistia”, rienunciare la dottrina cattolica tradizionale sul Mistero eucaristico, troppo spesso svuotato, nella prassi e nella predicazione, della sua natura di sacrificio, a discapito di una concezione che Guareschi avrebbe definito “da fast-food”, da mensa tra le mense, nutrimento tra i nutrimenti.
Alla “Ecclesia de eucharistia” fa dunque seguito, ora, la “Redemptionis sacramentum” che, significativamente, reca come sottotitolo “Certi punti da osservare o da evitare nei confronti della Ss.ma Eucaristia”. “A nessuno è concesso di sottovalutare il Mistero affidato nelle nostre mani: esso è troppo grande perché qualcuno possa permettersi di trattarlo con arbitrio personale, che non rispetterebbe il suo carattere sacro e la dimensione universale”. Queste parole della “Ecclesia de eucharistia” sono state citate dal cardinale Francis Arinze (a capo della Congregazione per il Culto divino) per spiegare da quale urgente esigenza sia nata l'Istruzione: gli “abusi” liturgici, sorti in seguito della riforma post-conciliare, “sono stati un motivo di sofferenza per molti”. “C'è una tentazione - ha proseguito il porporato - alla quale si deve resistere: cioè quella di pensare che sia una perdita di tempo prestare attenzione agli abusi liturgici. Alcuni di questi minacciano di rendere il sacramento invalido. Altri manifestano una mancanza di fede eucaristica. Altri ancora contribuiscono a seminare confusione tra il popolo di Dio e tendono a dissacrare le celebrazioni eucaristiche”.
Toni certamente poco “moderati”, quelli di Arinze, ma che bene rendono l'idea di una situazione che, negli ultimi trent'anni, si è fatta sempre più grave, insidiosa e - a quanto emerge dal documento - diffusa. Messe trasformate in show personali del celebrante, testi della liturgia “improvvisati” a sentimento e modificati a piacimento, letture della Bibbia sostituite con brani di Gandhi o Martin Luther King, altari assimilabili a banchetti conviviali, canti che tutto fanno fuorché suscitare nel fedele la preghiera, il senso del sacro per la partecipazione al Mistero che nella Messa si compie. Per non parlare delle omelie affidate all'improvvisazione dei fedeli, delle recite di prestigiatori al momento della consacrazione, di preti in balia delle fantasie e stravaganze liturgiche di poco avveduti “liturgisti” laici.
Fenomeni, insomma, che rischiano di oscurare la natura della Messa e del Sacramento, di tralasciare il Divino per far emergere l'umano, di censurare il Sacrificio a vantaggio della “mensa”, di svilire il “Corpo mistico” ponendo esclusivamente l'accento sul “popolo di Dio”. Così, nota la “Redemptionis sacramentum”, “benché la celebrazione della Liturgia possieda indubbiamente una connotazione di partecipazione attiva di tutti i fedeli, non ne consegue, come per logica deduzione, che tutti debbano materialmente compiere qualcosa oltre ai previsti gesti ed atteggiamenti del corpo, come se ognuno debba necessariamente assolvere ad uno specifico compito liturgico”. E ancora: “È necessario comprendere che la Chiesa non si riunisce per umana volontà, ma è convocata da Dio nello Spirito Santo, e risponde per mezzo della fede alla sua vocazione gratuita. Il sacrificio eucaristico non va poi ritenuto come “concelebrazione” in senso univoco del Sacerdote insieme con il popolo presente. Al contrario, l'Eucaristia celebrata dai Sacerdoti è un dono “che supera radicalmente il potere dell'assemblea. [...] È assolutamente necessaria la volontà comune di evitare ogni ambiguità in materia e porre rimedio alle difficoltà insorte negli ultimi anni. Pertanto, si usino con cautela locuzioni quali “Comunità celebrante” o “assemblea celebrante”.
Un testo, come si vede, che va in netta controtendenza rispetto a larga parte della prassi e del linguaggio liturgici in voga da qualche lustro a questa parte; da quando cioè, con una discussa riforma liturgica (da ricordare, su tutte, le dure osservazioni critiche mosse dai cardinali Bacci e Ottaviani, allora prefetto del Sant'Uffizio), il “Novus ordo Missae” di Paolo VI, si abbandonò la liturgia tradizionale di san Pio V e si reinterpretò tutta l'azione sacra alla luce del concetto di “popolo di Dio”. Gli esiti furono quelli di una sorta di “collettivizzazione” del rito, di “perdita del sacro nella liturgia”, di un indebolimento dottrinale oggettivo della figura del sacerdote, non più inteso - tradizionalmente - come “alter Christus” e quindi come altro dal “popolo”, come colui che replica incruentemente il sacrificio cruento di Cristo, bensì - più semplicemente - come presidente di un'assemblea in cui è il “popolo” stesso - e nemmeno più il Mistero eucaristico - il protagonista della scena.
Così, sin dalla titolazione dei paragrafi e fino all'ultimo capitolo, dedicato ai “rimedi canonici per gli abusi contro la Santa Eucaristia”, si comprende come la “Redemptionis sacramentum” prenda atto della gravità di certi atteggiamenti e situazioni ormai diffuse e tenti di porvi rimedio, con abbondanti citazioni del Rito romano e del Concilio di Trento. Gli abusi non vengono semplicemente “segnalati”, ma anche condannati e sanzionati, ribadendo la scomunica canonica “latae sententiae” per chi profana od offende deliberatamente il Sacro Corpo e Sangue di Gesù nell'ostia consacrata.
“Niente di nuovo sotto il sole” verrebbe da dire; in fondo l'adorazione e la “difesa” del Corpo eucaristico - quel Corpo che “unisce il cielo e la terra” - sono sempre stati, sin dalle origini, i cardini e i compiti della Sposa di Cristo, la Chiesa. Eppure quel Corpo, da sempre, nella storia, ha subito tentativi di riduzione, accomodamento, mistificazione. Per questo il cristiano implora da Dio il dono provvidente del Suo Spirito, per sé e per la Chiesa, per fuggire le quotidiane tentazioni e portare innanzi il “buon combattimento della fede”. Quella fede che è il vero e grande rimedio - come sottolinea pure la “Redemptionis sacramentum” - a ogni riduzione, anche teologica e liturgica, del Mistero dei Misteri, la vita divina partecipata all'uomo in Cristo.
Leggendo la “Redemptionis sacramentum” sembra di rileggere, talvolta letteralmente, tanti passi sull'Eucaristia e sulla Messa scritti, nelle sue lettere pastorali del 1970-72, dal cardinal Giuseppe Siri. Già allora l'arcivescovo di Genova avvertiva, riguardo alla liturgia, che “certi abusi, certe esagerazioni, certe mode indicano nel modo più splendente una mancanza di idee teologicamente basate e certe. Qualsiasi rito, prassi, istrumento, concetto [...] relativo alla Santissima Eucarestia, va trattato con intima e preoccupata cautela, perché o serve ad affermare positivamente o serve a sfumare e pertanto, col tempo, ad estinguere la Dottrina Rivelata circa l'Eucarestia”. Parole “profetiche”, quelle di Siri. Peccato solo che siano dovuti passare più di trent'anni perché le stesse parole, allora e in questi decenni tanto osteggiate e bollate come “retrograde” e “anacronistiche”, tornassero a risplendere - e chiaramente - nell'insegnamento cattolico sulla liturgia.
Come detto, la “Redemptionis sacramentum” ha suscitato e sta suscitando polemiche e “risentimenti”. Eppure, è nel Mistero che il nome del documento richiama che risiede quel nutrimento che, solo, ristora, sostiene e salva l'umana esistenza, secondo le parole a cui Mozart, nell'“Ave Verum”, ha dato suono ed espressione: