Jesús Huerta de Soto Ballester classe 1956 è Catedrático (Professore Ordinario) di Economia Politica presso l’Universidad Rey Juan Carlos di Madrid. Laureatosi alla fine degli anni Settanta in Scienze Economiche e in Giurisprudenza nella prestigiosa Universidad Complutense, è Actuario Matemático dello stesso ateneo ed M.B.A. dell’Università di Stanford, dove si è specializzato in Economia con una borsa di studio del Banco de España. Huerta de Soto è membro e speaker del Consiglio Direttivo della Mont Pélèrin Society (http://www.montpelerin.org), membro della Royal Economic Society di Londra e dell’American Economic Association, Adjunct Scholar del Ludwig von Mises Institute (http://www.mises.org). Attualmente considerato come uno degli esponenti più rappresentativi della moderna Scuola Austriaca dell’economia a livello internazionale, è autore di svariati saggi e monografie a carattere scientifico, molti dei quali consultabili nella sua pagina web http://www.jesushuertadesoto.com e in una pagina del sito dell’Università di Malaga a lui dedicata http://www.eumed.net/cursecon/economistas/Huerta-de-Soto.htm.
Fra le sue numerose pubblicazioni si segnalano i volumi Planes de pensiones privados, Editorial San Martín, Madrid 1984; Los errores de la nueva ciencia económica, Editorial Aguilar, Madrid 1985; Lecturas de economía política (3 voll.), Unión Editorial, Madrid 1986-1987; Socialismo, cálculo económico y función empresarial, Unión Editorial, Madrid 1992; Estudios de economía política, Unión Editorial, Madrid 1994; Dinero, crédito bancario y ciclos económicos, Unión Editorial, Madrid 1998; La Escuela Austríaca: mercado y creatividad empresarial, Editorial Síntesis, Madrid 2001 [trad. it. La Scuola Austriaca. Mercato e creatività imprenditoriale, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003]; Nuevos estudios de economía política, Unión Editorial, Madrid 2002.
Prof. Huerta de Soto, il suo nome è sinonimo, da qualche decennio, d’impegno a favore della causa liberale nel mondo di lingua spagnola. La sua indefessa attività si è manifestata principalmente in sinergia con quella della Unión Editorial (http://www.unioneditorial.es) di Juan Marcos de la Fuente, per conto della quale dirige anche una collana. Quali sono, ad oggi, i risultati di maggior rilievo scaturiti da tale lavoro?
Credo che si siano compiuti passi significativi negli ultimi 30 anni. Nell’ambito accademico, oggi, la Scuola Austriaca di economia non solo viene insegnata nei programmi di laurea e dottorato dell’Universidad Rey Juan Carlos, ma anche attraverso i miei discepoli in altre università, come l’Autónoma e la Universidad Complutense di Madrid, negli atenei galiziani di Santiago de Compostela e Vigo, e in altre ancora. Inoltre, la Unión Editorial ha pubblicato più di 600.000 esemplari di libri sul liberalismo, l’economia di mercato e lo stato del diritto, che hanno esercitato un’ampia influenza sia in Spagna che in America latina. Sebbene sia ancora molto il cammino da compiere e per tale ragione mai potremo permetterci di abbassare la guardia nella difesa della libertà credo che gli sforzi realizzati abbiano prodotto e stiano tuttora producendo importanti frutti. Incluso nell’ambito della politica, dove molti quadri dell’amministrazione del presidente José María Aznar hanno letto e conoscono i principali apporti di Friedrich Hayek e Ludwig von Mises. Per quanto, forse, non avranno molte opportunità di mettere in pratica l’ideale, è tuttavia fonte di tranquillità il sapere che i nostri amministratori, perlomeno, conoscono i danni profondi che sull’economia e la società spagnola può generare l’interventismo economico.
Potrebbe descriverci sinteticamente la teoria secondo cui le radici del liberalismo classico andrebbero ricercate nella tradizione latina, piuttosto che in quella anglosassone?
Tanto il padre Juan de Mariana, come il resto degli scolastici spagnoli del nostro Siglo de Oro, furono capaci di articolare i principî essenziali di ciò che successivamente avrebbe costituito il fondamento teorico essenziale della Scuola Austriaca: primo, la teoria soggettiva del valore (Diego de Covarrubias y Leyva); secondo, la scoperta della corretta relazione sussistente fra prezzi e costi (Luis Saravia de la Calle); terzo, la natura dinamica del mercato e l’impossibilità di raggiungere il modello di equilibrio (Juan de Lugo e Juan de Salas); quarto, il concetto dinamico di concorrenza inteso come processo di rivalità fra i venditori (Castillo de Bovadilla, Luis de Molina); quinto, la riscoperta del principio della “preferenza temporale” (Martín de Azpilcueta); sesto, il carattere profondamente distorcente dell’inflazione sull’economia reale (Juan de Mariana, Diego de Covarrubias e Martín de Azpilcueta); settimo, l’analisi critica verso la banca gestita attraverso la “riserva frazionaria” (Luis Saravia de la Calle e Martín de Azpilcueta); ottavo, la scoperta che i depositi bancari formano parte dell’offerta monetaria (Luis de Molina e Juan de Lugo); nono, l’impossibilità di organizzare la società attraverso mandati coattivi per mancanza dell’informazione necessaria al fine di dare un contenuto di coordinazione ai medesimi (Juan de Mariana); decimo, la tradizione liberale secondo la quale ogni intervento ingiustificato sul mercato costituisce una violazione del diritto naturale (Juan de Mariana). A fronte di quanto appena detto, è facile comprendere l’origine della grande influenza intellettuale che gli scolastici spagnoli esercitarono sulla Scuola Austriaca, la quale non può essere considerata come una pura coincidenza o un mero capriccio della Storia, bensì come il frutto delle intime relazioni storiche, politiche e culturali che si svilupparono fra Spagna ed Austria a partire dal XVI secolo, nel cui mantenimento svolse un ruolo importantissimo l’Italia stessa: che funse da vero ponte attraverso il quale si trasmisero le relazioni culturali fra i due estremi dell’Impero.
Può illustrarci brevemente in cosa consiste la sua ‘teoria dei tre livelli’?
Sorge principalmente dall’intento di elaborare una concezione sintetica del liberalismo che racchiuda gli aspetti correlati con la teoria evolutiva, che sarebbe il primo livello, la teoria economica, il secondo livello, ed infine il livello dell’etica o diritto naturale. Ogni livello rappresenta un’impostazione complementare rispetto agli agli altri due per approssimarsi alla realtà sociale, con il vantaggio ulteriore che ogni livello è utile a depurare i vizi degli altri. In effetti, il metodo evolutivo non è integralmente accettabile, né al livello etico né al livello della teoria economica. I livelli dell’etica e della teoria, pertanto, possono orientare al fine di mettere in evidenza le implicazioni negative del paradigma evolutivo. D’altra parte, se nella teoria si commettono errori per svilupparla al margine della realtà si potrà sempre ricorrere all’etica e all’evoluzione come valvole di sicurezza. Infine, se come successe con il comunismo l’impostazione etica risulta errata e si rischia d’impegnarsi nel tentativo di costruire un mondo utopico, che si rivelerebbe un grande insuccesso su questa terra, si hanno sempre a disposizione la teoria e l’evoluzione come segnali d’allarme per ricondurre i principî etici a parametri compatibili con le nostre conoscenze teoriche e con l’esperienza acquisita evolutivamente. Il fatto è che l’Universo è dotato di un’unità integrata, cosicché le conclusioni della scienza economica, dell’approccio evolutivo e di quello etico non possono contraddirsi, bensì rafforzarsi mutuamente.
In riferimento alla Scuola di Chicago, solitamente rappresentata come esempio di liberalismo integrale, lei ha parlato di ‘quinta colonna’: ci vuol spiegare meglio il senso di tale affermazione?
I teorici della Scuola di Chicago centrano la propria analisi nello studio dell’equilibrio, utilizzando una metodologia ultraempirica basata nello studio delle scienze matematiche. In ultima istanza altro non sono che semplici ingegneri sociali che credono di poter manipolare le istituzioni e i processi sociali a loro piacimento. Per tale ragione e a prescindere dal fatto che il loro obiettivo dichiarato sia quello di promuovere l’economia di mercato finiscono per fornire su un piatto d’argento argomenti importanti agli interventisti. In effetti, la massimizzazione di quel comportamento che essi considerano come il centro della teoria economica, applicata ai differenti ambiti della problematica sociale, altro non genera se non un processo di crescente interventismo che ogni sincero ed autentico liberale dovrebbe condannare. Insomma, i teorici di Chicago sono colpevoli di quel positivismo scientista che Hayek tanto criticò e che si è manifestato nel XX secolo in un sonoro e categorico fallimento.
Qual è la sua posizione rispetto alle Nations by consent e, più in generale, alla decomposizione nazionale propugnata dall’anarco-capitalismo?
La decomposizione nazionale in unità sempre più piccole è una delle vie della decostruzione statale che ogni liberale dovrebbe perseguire. L’altro cammino è quello delle giurisdizioni sovrapposte, funzionali e competitive [FOCJ: Functional, Overlapping and Competitive Jurisdictions] alla maniera di Bruno Frey. Questi due percorsi possono costituire un itinerario effettivo perché, nei prossimi decenni, si diminuisca il potere degli Stati centrali in unità ogni volta più ridotte. In ogni caso, occorre rammentarsi che l’obiettivo finale è sempre la libertà (piuttosto che promuovere il nazionalismo di qualunque tipo), per la qual cosa si dovrà vedere se in qualche circostanza il cammino della decomposizione nazionalista degli Stati può supporre qualche involuzione pericolosa dal punto di vista liberale. In ogni caso, il modello anarco-capitalista, come obiettivo finale da perseguirsi asintoticamente, deve rimanere la direzione verso cui orientare gli sforzi quotidiani nella nostra azione come teorici ed amanti della libertà.
Venendo a questioni più prossime all’attualità politica: come giudica il ruolo attualmente giocato dalla dottrina liberale in realtà come la Spagna e l’America latina?
Come ho già detto, in generale, la situazione del liberalismo in Spagna è migliorata durante gli ultimi decenni. Tuttavia, attualmente c’è una diffusa confusione. Per quanto, infatti, i partiti di sinistra abbiano perso gran parte dei loro riferimenti socialisti, nondimeno pretendono di aggregarsi intorno a nuove bandiere, come la lotta contro la globalizzazione o la difesa dell’ambiente, che stanno ricevendo appoggi crescenti da parte di un settore rilevante della popolazione la cui formazione sui principî fondamentali dell’economia di mercato e dello Stato di diritto lascia molto a desiderare. Per tale ragione i liberali non devono abbassare la guardia e devono cercare di adattare il proprio messaggio, al fine di bloccare questi tentativi di tornare a giustificare l’interventismo statale in qualunque branca della società.
Qual è la sua valutazione, in termini di ‘liberalizzazione’ del Paese, sull’operato dei governi popolari guidati da José María Aznar dal 1996 ad oggi?
Da un punto di vista strettamente correlato con la teoria liberale, è certo che i governi Aznar abbiano avanzato in maniera assai timida nella buona direzione. Tuttavia, tenuto conto delle restrizioni imposte dalla politica, probabilmente la nostra conclusione non dovrebbe essere così pessimista. Aznar, per esempio, ha eliminato il servizio militare obbligatorio e ha ridotto le imposte in ben due occasioni differenti, procedendo alla privatizzazione di molte imprese pubbliche importanti. Ciò nonostante, non ha avuto l’audacia di compiere la riforma di cui necessiterebbe il mercato del lavoro in Spagna e neppure l’indispensabile privatizzazione del sistema pensionistico e, in generale, della previdenza sociale. In ogni caso il suo bilancio finale va considerato moderatamente positivo e, senza alcun dubbio, molto migliore di quello che avrebbe comportato una vittoria dei socialisti alle scorse elezioni politiche. La speranza è che, per il bene del Paese, il ramo relativamente ‘più liberale’ del Partido Popular continui ad acquisire sempre maggiori responsabilità nel governo e possa, nella misura in cui lo permettano le circostanze, orientare le decisioni politiche nella corretta direzione.
Lei è anche autore di un piano di riforma della previdenza sociale: potrebbe illustrarne brevemente i punti salienti?
Il mio piano di riforma della previdenza sociale consiste nel devolvere ai cittadini la responsabilità delle decisioni relative alla porzione del proprio reddito che intendono destinare in via preventiva a pensionamento, morte, invalidità, etc. In concreto, si basa sul sistema del contracting out o ‘di sganciamento’, che consiste nel concedere la possibilità, a quei cittadini che lo desiderino, di svincolarsi dal sistema pubblico di previdenza sociale, contrattando privatamente le loro prestazioni. Questo è quanto 2 milioni di spagnoli possono già fare allo stato attuale, paradossalmente, nel settore dell’assistenza sanitaria. Mi sto riferendo ai funzionari pubblici, che possono optare per rimanere all’interno del programma di previdenza sociale, oppure attraverso Muface, che è la mutua assistenza dei funzionari dello Stato spagnolo contrattare con imprese private la propria assistenza sanitaria. Mi pare assurdo che ciò che sono autorizzati a fare questi cittadini privilegiati non possa essere esteso al resto degli spagnoli e, inoltre, all’ambito delle pensioni, che potrebbe risolvere nel corso di una generazione il problema dell’insolvibilità che attualmente affligge il sistema finanziario di reparto della previdenza sociale spagnola. In diversi studi ho analizzato nel dettaglio come potrebbe essere portata felicemente a termine una tale transizione al nuovo sistema previdenziale, seguendo un modello che, d’altronde, è già stato applicato con successo in altri Paesi d’Europa (Regno Unito) così come in America latina. Sfortunatamente, il governo Aznar non si è mai considerato sufficientemente forte per intraprendere una riforma definitiva del sistema, limitandosi a regolamentare, con maggiore o minore destrezza, i programmi previdenziali ed assicurativi privati, concedendo loro un trattamento fiscale relativamente favorevole, senza però ardire a concedere finalmente ai cittadini la piena libertà di scegliere sul proprio futuro.