Due guerre ingiuste dell’America: 1861 e 1941.
Spigolature paleolibertarie in margine a The Costs of War*

di Paolo Zanotto

“[L]e leggi […] tacciono fra il clamore delle armi {silent […] inter arma leges}”: Ioannis Marianae, Hispani, e Soc. Iesu, De Rege et Regis institutione Libri III. Ad Philippum III. Hispaniae Regem Catholicum, Cum privilegio, Toleti, Apud Petrum Rodericum typo. Regium, Anno 1599, Liber primus, Cap. IIII, p. 52; trad. it. Juan de Mariana, Il Re e la sua educazione, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1996, p. 38.


Premessa

Dopo che, per anni, alcuni politologi avevano incredibilmente predetto un imminente “scontro di civiltà” (Clash of Civilizations) fra il mondo occidentale e l’Islam, il quale avrebbe finito per determinare l’affermazione di un “nuovo ordine mondiale” (New World Order) prossimo venturo, gli eventi tragicamente verificatisi l’11 settembre 2001 ci hanno, obtorto collo, abituati all’utilizzo di formule come ‘guerra giusta’ o ‘guerra preventiva’. Ma quale elemento - se esso esiste effettivamente - è in grado di determinare il discrimine che può caratterizzare un conflitto bellico come ‘giusto’? Questo è uno dei temi, forse il centrale, toccati nel volume collettaneo curato da John V. Denson, The Costs of War, che costituisce l’oggetto dal quale si trarranno i maggiori spunti per le riflessioni contenute nelle pagine seguenti.

Senza dubbio, il testo in questione si presenta come un’opera di revisione storica impostata secondo un’ottica estremamente politically uncorrect. Nel redigerlo, infatti, i varî autori hanno cercato di porre in evidenza una verità apparentemente scontata ma, in realtà, di fatto difficilmente sostenibile - o, perlomeno, raramente sostenuta - in ‘asettici’ trattati di genere accademico: la guerra è un’immane mostruosità, in quanto è in grado di provocare la sofferenza e la morte fisica su vasta scala di esseri umani e, spesso, è stata utilizzata per imporre, o sorreggere, sistemi di tipo tirannico.

Prendendo le mosse da un tale dato di fatto, gli autori si soffermano ad analizzare le ragioni per cui, nonostante ciò, nel mondo si continui, imperterriti, a guerreggiare. Uno dei dati di maggior interesse che, al riguardo, emerge dal libro - principalmente incentrato sull’analisi della politica estera statunitense - è il ruolo-chiave svolto in tal senso dagli ‘intellettuali’ (insegnanti, giornalisti, scrittori, artisti in generale), i quali alimenterebbero l’esigenza degli uomini politici a rendersi ricettori sensibili e, talvolta, veri e proprî promotori attivi delle istanze avanzate dai ‘commercianti di morte’.

Il titolo del presente scritto riprende e, in parte, capovolge (non nella sostanza, ma nella semplice forma) quello di un noto saggio di Murray Newton Rothbard, incluso nel volume in analisi. Se lo studioso americano concentrava la propria attenzione sugli unici due conflitti nella storia d’America che egli riteneva fossero in qualche modo giustificabili, nel presente lavoro ci si occuperà invece di due fra le più importanti guerre che gli Stati Uniti hanno condotto sotto una parvenza di moralità e che, tuttavia, offrono spunti interessanti per formulare riflessioni più crude e disincantate sulla storia americana e sul fenomeno bellico in sé.


L’assioma di non aggressione e il concetto di bellum justum

Il passaggio logico che, consequenzialmente, discende da una tale premessa è la questione se sia possibile una ‘eticità’ applicata agli affari bellici in quanto tali. In altre parole, a prescindere dai diversi punti di vista soggettivi, ci si pone il quesito se possa eventualmente esistere una guerra correttamente definibile come ‘giusta’, oppure se ogni conflitto debba essere valutato, sempre e comunque, come moralmente insostenibile. Ciò che risulta immediatamente evidente, fin da una prima e superficiale lettura del libro in oggetto, è come il realismo libertario eviti accortamente di cadere in facili ma insidiosi tranelli che capziosi sillogismi potrebbero tendere ad una pur vigile ragione, facendole in tal modo valicare il labile confine che separa le buone intenzioni dalla mera utopia.

La stessa sapienza antica - artefice di quella ben nota pax romana che era stata in grado di garantire secoli di armonia e di sviluppo per l’Occidente classico - ammoniva, con una celebre esortezione divenuta proverbiale: Si vis pacem, para bellum. Perfino nelle fondamenta della teologia cattolica è stata storicamente codificata la possibilità di combattere guerre giuste. Allo stesso modo, anche all’interno di alcuni suoi celebri compendî dottrinali si possono trovare prescritti i medesimi precetti. Ciò è vero a tal punto che Pio XII giunse ad affermare, senza mezzi termini, che le nazioni aggredite “hanno non solo il diritto, ma anche il dovere di difendersi”. A tale riguardo, peraltro, la stessa Chiesa post-conciliare non rinuncia a sottolineare come l’‘obiezione di coscienza’ vada rispettata unicamente a determinate condizioni. Nello stesso Vangelo sono riportate le parole del Cristo, che avverte: “Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada” (Mt 10, 34). Ed anche quando parla della pace, precisa: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace {Pacem relinquo vobis, pacem meam do vobis}; ve la do, non come la dà il mondo” (Gv 14, 27). In virtù di una siffatta visione si è sostenuta, da sempre, la non incompatibilità degli scontri armati con i precetti fondamentali della morale cristiana.

Allo stesso modo, è chiaramente presente anche nelle lucide analisi proposte al lettore in The Costs of War come la totale ed aprioristica rinuncia all’uso della forza non possa che determinare la rovina assicurata di colui il quale se ne facesse propugnatore. D’altra parte, è ben noto il ruolo fondamentale che, nella teoria politica libertaria, occupa l’‘assioma di non-aggressione’, formulato agli inizî degli anni Sessanta del Novecento dalla scrittrice russo-americana Ayn Rand; principio il quale sostiene l’idea che

“[…] nessun uomo possa usare per primo la forza fisica contro gli altri […]. Gli uomini hanno il diritto all’uso della forza fisica solo per rappresaglia e solo contro coloro che ne hanno fatto uso per primi”.

Tale imperativo - già vero e proprio tópos del pensiero liberale lockeiano - divenne ben presto il nucleo centrale del movimento intellettuale libertarian che, entro breve tempo, avrebbe influenzato e modificato lo spettro politico americano, quantomeno all’interno dei campuses universitarî. In particolare, esso rappresenta un elemento - a sua volta topico nella dottrina elaborata da Rothbard - attorno al quale ha finito per ruotare un po’ tutta la filosofia del Libertarianism contemporaneo; tanto che alcuni interpreti sono addirittura giunti a definirlo come ‘la metanorma anarco-capitalista’. Indubbiamente, la sua presenza ha fatto del libertarismo statunitense uno dei tentativi più determinati, nella storia delle dottrine politiche, di eliminare la violenza, l’aggressione, la prevaricazione, la coercizione dal contesto sociale.

Rothbard, dunque, affronta la questione dell’etica applicata all’arte militare dichiarando:

“My own view of war can be put simply; a just war exists when a people tries to ward off the threat of coercive domination by another people, or to overthrow an already existing domination. A war is unjust, on the other hand, when a people try to impose domination on another people, or try to retain an already existing coercive rule over them”.

È, peraltro, evidente come una tale presa di posizione rechi implicito il corollario secondo cui “ogni essere umano dorebbe rifiutarsi di combattere in guerre che non siano giuste”.


Secessione e repressione: l’economia politica della schiavitù e le mire del protezionismo

Appare difficile dubitare dell’elemento di forte giustizia che caratterizza le guerre di genere difensivo, a meno che non si sia accecati pregiudizialmente da un pacifismo fazioso ed oltranzista. Come detto, però, non si tratta del caso dei Libertarians. Inequivocabile appare, a tal proposito, la ferma condanna, da parte dello stesso Rothbard, della storia politica statunitense quasi nel suo complesso, con l’approvazione di due sole guerre americane: quella volta ad ottenere l’indipendenza delle colonie dall’Inghilterra nel XVIII secolo, e quella “di secessione”, che sconvolse gli Stati dal 1861 al 1865. Quest’ultima diviene giustificabile agli occhî dei libertarî dalla prospettiva rigorosamente sudista; e tuttavia, beninteso, in sostegno non già dell’istituto della schiavitù che, anzi, i Libertarians - ponendosi nel solco tracciato da Martin Van Buren - condannano senza riserve, bensì delle ragioni che spinsero il Sud a combattere per difendere il proprio diritto all’indipendenza dal centralista ‘governo federale’ di Washington.

Fu proprio la grande questione anti-schiavistica, emersa nell’America pre-secessionista, che vide la presa di posizione dell’ala più genuinamente libertaria del Partito Democratico, erede della fazione democratico-repubblicana fondata da Thomas Jefferson. Si determinò, in tal modo, la divisione fra chi, come Andrew Jackson, si sentiva ancora legato ad una visione di discriminazione razziale, e coloro i quali, per contro, erano già proiettati, come Van Buren, in un’ottica di emancipazione paritetica. Il movimento anti-schiavista occupa un posto assai rilevante nel bagaglio ideologico-culturale del moderno Libertarianism: i principî libertarî sulla base dei quali venne costruita la veemente opposizione alla schiavitù, infatti, furono - in seguito - recuperati per utilizzarli nella costruzione di una più ampia e generale teoria antistatuale.

In particolare, la guerra non si rende forse necessaria al fine di difendere i diritti individuali quando questi si vedano calpestati sistematicamente da regimi tirannici e totalitarî? Poniamo il caso degli schiavi negri nell’America antebellum o degli ebrei perseguitati da Adolf Hitler. In tali frangenti la guerra sembra si sia resa necessaria per emancipare quelle comunità, brutalmente soggiogate, dalla loro infelice condizione. Questo, almeno, è quanto sostengono i fautori delle tesi convenzionali espresse in saggî e manuali di ampia diffusione. The Costs of War presenta ai proprî lettori una prospettiva alternativa che dissente, in larga parte, da tale vulgata. Le guerre che si presume siano state combattute in nome di ideali o, comunque, per ragioni etico-morali - a meno che non si tratti di guerre difensive - non sono state in grado, per contro, di fornire un aiuto concreto a coloro che si sentivano oppressi. Può essere vero, semmai, il contrario; nel senso che spesso hanno in vario modo contribuito a rendere le cose più difficili per costoro.

Con quali argomentazioni gli autori sostengono una tale tesi? Non decretò, ad esempio, la guerra di secessione americana la fine della schiavitù? Lo storico della University of South Carolina Clyde N. Wilson - esperto conoscitore del pensiero di John Caldwell Calhoun - replica che senza istruzione e senza proprietà, per di più con un’economia sudista non ancora riconvertita, la vita dei liberti, oltre a risultare assai dura per essi stessi, comportò una grave crisi sociale per l’intera società americana:

“And of what did freeing the slaves consist? At the Hampton Roads conference, Alexander Stephens asked Lincoln what the freedmen would do, without education or property. Lincoln’s answer: ‘Root, hog, or die’. Not the slightest recognition of the immense social crisis presented to American society by millions of freedmen. The staple agriculture of the South, the livelihood of the blacks as well as the whites, was destroyed”.

L’abolizionista Wendell Phillips commentava il progetto del presidente repubblicano Abraham Lincoln affermando che esso “libera lo schiavo e ignora il negro”. Nel corso di un esiguo numero di anni, infatti, le promesse di “quaranta acri e un mulo” vennero lasciate cadere nell’oblio. Il Nord vincitore ed il Sud sconfitto strinsero un accordo che consentiva a quest’ultimo di riacquisire il pieno controllo sulla propria politica interna, in cambio del predominio sul governo federale da parte del Nord e del riconoscimento ad un’ampia possibilità d’investimento nelle ferrovie, nella produzione del legname, nella speculazione fondiaria e in altri settori economici di rilievo strategico.

Si potrebbe obiettare che gli schiavi, quantomeno, si trovavano finalmente in libertà. Ciò è, senza dubbio, ineccepibile. Una volta conclusa la guerra civile, infatti, venne trionfalmente approvato l’“emendamento XIII”, con il quale si procedeva ad abolire ufficialmente la pratica della schiavitù in tutta la federazione. Nondimeno, i dati di cui siamo in possesso lasciano presumere che, alquanto verosimilmente, in un breve volgere di tempo la schiavitù (almeno quella formale) si sarebbe estinta in maniera assai meno traumatica, senza l’esigenza d’intraprendere alcun conflitto armato, così come si era già verificato negli Stati del Nord.

Tale interpretazione dei fatti è, peraltro, confortata dallo stesso sociologo inglese Anthony Giddens, teorico in anni recenti di quella ‘terza via’ che avrebbe dovuto imboccare il New-Labour britannico, il quale ha spiegato nel proprio manuale come

“[i] sistemi di lavoro schiavistico forzato - quale quello nelle piantagioni - si sono rivelati instabili; per raggiungere un’alta produttività era necessario un controllo costante e l’uso di metodi brutali di punizione. I sistemi di lavoro schiavistico vennero meno, in parte, a causa delle lotte che essi suscitarono e, in parte, poiché incentivi economici e di altra natura si rivelarono più efficaci della costrizione diretta nel motivare gli individui. La schiavitù è semplicemente poco efficiente”.

D’altronde, ciò è quanto era avvenuto anche in quasi tutto il resto dell’emisfero occidentale. Lo stesso Lincoln ammise che il suo obiettivo non era affatto lo schiavismo, nei confronti del quale non aveva mai reso esplicito alcun tipo di riserva. Anzi, nel 1858, poco tempo prima della guerra, nei proprî dibattiti con Stephen Douglas, ‘il boscaiolo del Kentucky’ affermò:

“Io non sono, né sono mai stato in alcun modo, favorevole all’adozione dell’uguaglianza sociale e politica tra coloro che appartengono alla razza bianca e i membri della razza nera”.

Egli continuava - di fronte ad un pubblico plaudente - ad illustrare la sua idea di ordine sociale, argomentando come,

“[d]al momento che devono esistere una collocazione superiore ed una inferiore […] io tendo ad assegnare la superiorità alla razza bianca”.

Lincoln si mostrava addirittura favorevole alla segregazione razziale. L’impegno con il quale egli si profuse nella causa dell’emancipazione, infatti, si poneva in stretta relazione con la sua volontà d’indurre la popolazione di colore verso un esodo volontario, con cui essa facesse finalmente ritorno alla terra dalla quale era provenuta. Lincoln era convinto di poter dare corso ad un progetto di ‘colonizzazione a ritroso’, secondo il quale la comunità afro-americana avrebbe fatto ritorno in un contesto geografico differente e, presumibilmente, ad essa più congeniale. In un discorso tenuto di fronte ad una delegazione di uomini di colore liberi, una volta eletto presidente, nell’intento di spronarli ad offrire un contributo a tale progetto di ri-colonizzazione (rivolto verso lo Stato della Liberia, appositamente creato), aveva sostenuto il dato secondo il quale

“[i]n questo vasto continente nessun uomo della vostra razza può esser alla pari con un uomo della nostra […]. Dati questi presupposti è meglio per entrambi rimanere separati”.

Ma, se la giustificazione della lotta alla schiavitù non sembra reggere alle prove documentarie addotte da serie ricerche storiche, quali sarebbero state, dunque, le reali motivazioni che indussero il Nord a dichiarare guerra nei confronti dei Confederate States of America? Secondo quella che si presenta come una costante - o, comunque, come un motivo ricorrente - nella storia politico-militare statunitense, le vere cause andrebbero ricondotte a ragioni di tipo prettamente economico. Si tratta di un’analisi che, pur risalendo a diversi decenni fa, è stata di fatto relegata ad una ristretta cerchia di specialisti, non riuscendo mai a sfondare il ‘muro di gomma’ del silenzio che le riservarono la grande stampa e, più in generale, i mezzi d’informazione e di comunicazione di massa. A formularla furono i coniugi Charles Austin Beard e Mary Ritter in un loro studio, apparso per la prima volta nel 1927 ed intitolato The Rise of American Civilization.

Il fattore che separava irrimediabilmente il Nord dal Sud consisteva nei due generi di economia, totalmente antitetici ed incompatibili, che caratterizzavano le differenti realtà geografiche. I due sistemi, infatti, si ponevano esattamente agli antipodi, con la conseguente impossibilità di un’armoniosa coesistenza. Da una parte si aveva l’incipiente capitalismo del Nord, in vertiginosa espansione in seguito al boom economico che aveva favorito l’‘onda lunga’ della Rivoluzione industriale, sbarcata sulle coste del New England con quasi mezzo secolo di ritardo rispetto ai suoi esordî in Gran Bretagna. Dall’altro lato il latifondismo agrario del Sud con le sue implicazioni schiavistiche. Le ragioni di attrito erano molteplici: nonostante il continuo sviluppo che interessava gli Stati settentrionali, infatti, le neonate industrie necessitavano ancora di una protezione da parte del settore pubblico. Tanto le nuove realtà imprenditoriali quanto i commercî, ad esse strettamente correlati, difficilmente avrebbero potuto resistere alla competizione con analoghe situazioni europee. L’unica soluzione percorribile appariva, agli occhî dei lobbisti e dei loro referenti nel Congresso, una politica impostata a favorire l’instaurazione di tutta una serie di barriere doganali all’ingresso di merci dall’estero. Tale genere di risoluzione, tuttavia, cozzava palesemente con gli interessi sudisti, in quanto avrebbe ingenerato ritorsioni da parte delle nazioni del Vecchio continente, minacciate nella propria libertà di commercio, le quali avrebbero finito per provocare serî contraccolpi alle ingenti esportazioni di cotone, grazie a cui prosperavano gli Stati del Sud.

Il Nord, inoltre, aveva la pressante esigenza che il governo federale utilizzasse i fondi statali - i quali provenivano da contribuzioni degli Stati in misura proporzionale alle rispettive popolazioni interne (schiavi compresi) - per porre in essere un gran numero di opere pubbliche, indispensabili ad incentivare rapidamente la crescita economica: strade, ferrovie, porti ed infrastrutture in genere. Infine, il Sud ostacolava ulteriormente le mire espansionistiche del protezionismo mercantile degli Stati settentrionali, impedendo loro di colonizzare economicamente il proprio vasto e florido territorio: era, di fatto, letteralmente inutile provare ad invadere il Sud, riversandovi un’ingente quantità di capitali, in quanto non c’erano terre da acquistare, manifatture da impiantare o magazzini da aprire nell’immobile ed impenetrabile realtà del profondo Sud americano, cristallizzata dal latifondo esistente. Come si sa, i presupposti dello scontro - già intrinseci all’innaturale convivenza politica delle due regioni - in quel periodo ancora in nuce, non avrebbero tardato a palesarsi deflagrando nell’aperta guerra civile.


Abolire la schiavitù: un mero pretesto

Prima di accingersi ad affrontare la questione più strettamente politico-militare della vicenda, occorre premettere alcune considerazioni più generali relativamente all’assetto socio-culturale che caratterizzava il Sud degli Stati Uniti intorno alla metà dell’Ottocento, depurando certe nozioni da talune scorie ideologiche che tutt’ora, sovente, condizionano ed offuscano la sua rappresentazione storiografica.

Rispetto all’attivismo frenetico che caratterizzava gli Stati del Nord alla metà del XIX secolo, la società del Sud appariva profondamente diversa: così marcata da ritmi ancora scanditi in base ai fenomeni naturali e contraddistinta da differenze sociali che erano strutturate su logiche molto distanti rispetto a quelle che regolavano i rapporti di convivenza nel New England e nel resto del settentrione. Innanzi tutto, la peculiare articolazione fra schiavi negri e bianchi liberi, certamente; articolazione che, tuttavia, costituiva un aspetto di per sé ‘marginale’. Occorre non perdere di vista, infatti, le enormi differenze che sussistevano anche all’interno della medesima comunità bianca. Accogliendo il dato che l’attestava intorno agli otto milioni di persone, e considerando il fatto per cui la principale fonte di ricchezza nel Sud consisteva, allora, nella proprietà di manodopera schiavistica, bisogna rilevare come ben 6.100.000 uomini bianchi non possedessero affatto schiavi, 1.400.000 ne possedesse da uno a dieci, 300.000 da dieci a venti e soltanto 200.000 ne avessero un numero superiore alle venti unità.

Chiaramente, una tale conformazione eminentemente agricola presupponeva e, di fatto, garantiva un assetto sociale maggiormente plasmato ‘a misura d’uomo’; il che consentiva agli abitanti del Sud di denunciare fieramente gli orrori e la disumanità di quell’industrialismo che all’epoca si andava affermando al Nord. Né quella macchia, circoscritta ma evidente, che era la schiavitù poteva compromettere più di tanto una tale visione, tenuto conto - al contrario di quanto sostenuto a suo tempo dagli abolizionisti e, in seguito, sistematicamente riproposto in maniera totalmente acritica e strumentale dai vincitori della guerra civile - delle buone condizioni materiali di vita nelle quali sembra fossero mantenuti gli schiavi. Come ha scritto anche lo storico Giampiero Carocci, infatti,

“[l]o schiavo aveva assicurato il vitto, il vestiario e l’alloggio. Questo era costituito da una capanna per ogni famiglia e l’insieme delle capanne era chiamato il quartiere degli schiavi. Le condizioni di vita e di lavoro variavano da piantagione a piantagione. Nelle grandi la separazione fra schiavo e padrone era maggiore, ma era più facile trovare in quest’ultimo un animo paternalistico, alieno da quelle forme di esoso sfruttamento del lavoro che spesso erano presenti fra i piccoli proprietari. Non sempre però era così. Infatti molti di questi ultimi lavoravano il campo a fianco dei loro schiavi e li trattavano come figli, cosa che talvolta erano davvero”.

È importante sottolineare, inoltre, come il particolare assetto economico-sociale, non fosse vissuto, da parte della popolazione, in termini di odio razziale. Al contrario, il rapporto fra la comunità di colore e quella bianca era impostato ad un rigoroso senso del reciproco rispetto e del riconoscimento di una sostanziale ‘uguaglianza biologica’, che permetteva di riscontrare con stupore cose inaudite anche per un abitante antischiavista venuto dal Nord, il quale - una volta giunto al Sud - poteva vedere coi suoi occhî come, in tutta tranquillità, in diligenza o in treno “una signora bianca non si rifiuta di sedere accanto a una grossa donna negra anche se il termometro segna 40 gradi”.

Ciò dimostra che, incredibilmente,

“mentre al Nord, dove i negri (nel 1860 un po’ meno di mezzo milione) erano liberi, esistevano vari casi di discriminazione razziale, il Sud non era razzista. I figli del padrone erano allattati da balie negre e giuocavano con i negretti”.

Il vicendevole affetto fra schiavo e padrone è chiaramente attestato in numerose fonti, che riportano addirittura di pasti condivisi e cucinati “in un’unica padella”. Alla medesima stregua, le punizioni corporali, la cui effettiva applicazione è stata enfaticamente sottolineata da certa storiografia mainstream, non inficia le valutazioni espresse fin qui, se si tiene in debito conto che l’utilizzo della frusta in risposta a determinate infrazioni rimase in uso, fino al 1850, presso la stessa Marina americana.

George Bernard Shaw ha sostenuto, una volta, che “la schiavitù umana ha toccato il punto culminante alla nostra epoca, sotto forma di lavoro liberamente salariato”. L’affermazione rischia di sembrare eccessiva, se isolata da un contesto d’indagine storiografica, priva di ulteriori approfondimenti e chiarimenti. D’altra parte, alla luce dei dati fin qui riportati, è possibile osservare come,

“[n]el complesso, sembra che gli schiavi lavorassero meno duramente dei braccianti salariati del Nord. Era inoltre concesso ai negri far legna nei boschi del padrone e, nel tempo libero, segarla per poi venderla. Ovunque erano assegnati alle famiglie di schiavi piccoli lotti di terreno, destinati all’orto e all’allevamento di polli per completare la dieta alimentare fornita dal padrone a base di granturco e carne di maiale <la stessa che riservava anche a se medesimo>”.

Fatte salve sporadiche occasioni, poi, in rari casi viene debitamente posto in evidenza il fatto che l’abolizione del commercio atlantico degli schiavi venne invocata, a partire dal 1808, proprio dagli Stati del Sud, mentre trovò avversioni soprattutto da parte degli Stati del Nord-Est per due ragioni fondamentali: innazi tutto, perché lo sviluppo della piantagione schiavistica cotoniera nelle regioni meridionali degli USA si mostrava necessaria al fine di rifornire di materia prima le fabbriche inglesi di Manchester e della zona circostante, con cui il New England era in stretti rapporti commerciali; in secondo luogo, perché la stessa Marina di quella regione statunitense nutriva forti interessi legati a tale lucrosa attività, che fu causa di morte per circa 40 milioni di persone fra il 1619 ed il 1860. La richiesta di schiavi da parte dell’America, legata allo sviluppo dell’economia di piantagione, causò pertanto l’incremento della tratta nella caratteristica forma del commercio “triangolare”.


La guerra del Kansas: una ‘prova generale’?

Durante gli anni Trenta dell’Ottocento, inoltre, nella Nuova Inghilterra e negli altri Stati settentrionali ebbe inizio un’animata campagna ‘abolizionista’, guidata dal giornalista William Lloyd Garrison che, nel 1831, iniziava la pubblicazione del proprio foglio, icasticamente denominato Liberator. A parte questo sparuto nucleo di persone che si organizzò con tenacia al fine di far abolire la schiavitù nelle terre meridionali dell’Unione, la maggioranza degli abitanti degli Stati nordisti si mostrava totalmente insensibile al problema, provando - semmai - una forte antipatia nei confronti della gente di colore. Tale fatto è comprovato dall’aperta condivisione da parte dei benpensanti nei confronti dell’ostilità che verso l’emancipazione manifestava, con maggiore acrimonia, la classe operaia. I lavoratori salariati, infatti, specialmente quelli più poveri, come i manovali irlandesi immigrati da poco tempo, erano assai timorosi della concorrenza che poteva derivare loro dall’immissione sul libero mercato di nuova manodopera fornita dagli schiavi negri liberati. Inoltre, il sistema schiavistico continuava ad essere apprezzato e sostenuto anche nelle contee meridionali di alcuni Stati liberi, come l’Indiana e l’Illinois. Un dato poco noto, ma degno d’attenzione, consiste nella proposta di secessione del Nord dall’Unione, avanzata da Lloyd Garrison, nel caso che il Sud si fosse rifiutato di abolire la schiavitù. Dunque, l’idea di una secessione unilaterale - quale che fosse la parte che intendeva scindere il vincolo istituzionale attraverso cui si teneva insieme l’Unione - era già stata contemplata da altri, ben prima che il Sud decidesse di ricorrervi.

Rimaneva insoluta la questione della schiavitù. Come si è visto, in origine gli abitanti degli Stati meridionali erano tutt’altro che idealmente vincolati ad un tale sistema sociale. Indubbiamente, la loro economia produttiva dipendeva, in gran parte, dall’assetto schiavistico. Tuttavia, è altrettanto assodato che, da ciò, la popolazione non faceva in alcun modo derivare un atteggiamento di tipo razzistico nei confronti dei lavoratori di colore. Cosa determinò, allora, quella recrudescenza per la quale il Sud è divenuto, in seguito, sinonimo di chiusura sociale e di ostinata segregazione razziale? Si può affermare che l’intransigenza con cui venne portata avanti la causa abolizionista e l’interesse strumentale con il quale, da un certo momento in avanti, essa venne cavalcata dall’establishment nordista, causò per reazione un’analoga e speculare intransigenza in difesa dell’isitituto della schiavitù. Questo provocò un’ermetica chiusura ed una compatta solidarietà interna, che finirono per fornire al Sud un genere di civiltà caratterizzato da una vera e propria struttura sociale, una classe politica, un sistema economico, un’ideologia ed un complesso di modelli psicologici del tutto particolari. Fu sempre in seguito a ciò che si venne a determinare un’inedito atteggiamento di vero e proprio astio nei confronti degli abitanti di colore da parte di una cospicua frangia dell’opinione pubblica sudista, al quale contribuirono in maniera significativa i predicatori evangelici, come si avrà modo di chiarire più diffusamente fra un attimo.

Ma il problema della schiavitù rappresentò anche una questione politico-istituzionale di balance of powers. Quest’interpretazione dei fatti trova esplicita conferma in un episodio generalmente poco noto, ma assai significativo, della storia americana del tempo. Nel 1819, il deputato newyorkese James Talmadge presentò un progetto di legge federale nel quale si proponeva di ammettere il Missouri nell’Unione soltanto a condizione che questo abolisse gradualmente la schiavitù. Tale proposta, approvata alla Camera dei Rappresentanti e respinta al Senato, suscitò un infuocato dibattito politico, anche perché l’ingresso del Missouri rischiava seriamente di alterare l’equilibrio fra Stati schiavisti e Stati non schiavisti all’interno del Senato. Su proposta di Henry Clay, l’anno seguente si trovò, pertanto, un ‘compromesso’ con il quale si stabiliva, fra l’altro, l’ammissione del Missouri come Stato schiavista parallelamente all’annessione del Maine - che, per tale ragione, venne appositamente separato dal Massachusetts, del quale era parte - come Stato non schiavista. Con tale provvedimento si decise, inoltre, che la schiavitù non sarebbe stata consentita al di sopra della latitudine 36° 30´ (ovvero: a nord del confine meridionale del Missouri, che costituiva dunque un’eccezione alla regola generale).

Nel 1854, il Congresso creò il Kansas e il Nebraska dal territorio ad ovest e a nord-ovest del Missouri. In tale occasione, Stephen Douglas propose la soppressione della vecchia linea idealmente tracciata con il ‘compromesso del Missouri’, al fine di consentire agli abitanti di quelle regioni di poter decidere liberamente e in totale autonomia come regolare la questione all’interno dei rispettivi territorî. L’abrogazione del ‘compromesso del Missouri’ originò grandi proteste nel Nord, che finirono per sconvolgere lo stesso quadro partitico nazionale. Ma la cosa più sconvolgente è che nel Kansas, a causa dell’ambiguo concetto di ‘sovranità popolare’ che aveva elaborato Douglas, si finì per arrivare ad un vero e proprio conflitto armato, che sfociò in aperta guerra civile nel 1856: con un anticipo di ben cinque anni rispetto a quella devastante che avrebbe opposto Confederazione e Unione. Un serio campanello d’allarme inspiegabilmente trascurato, o la cinica prova generale di un conflitto annunciato?

In ogni caso, la natura pretestuosa e meramente strumentale della questione schiavista nella disputa che contrappose le due fazioni appare più che evidente. D’altronde, diversamente sarebbe inspiegabile il fatto che, dopo la secessione del Sud nel 1860-61, ben cinque Stati schiavisti permanessero, nonostante tutto, nell’Unione senza venire tuttavia neppure sfiorati dalle operazioni belliche nordiste.


Antico o Nuovo Testamento? Due opposte interpretazioni del messaggio cristiano

Come visto, dunque, in ambedue i fronti si parlava apertamente, ormai, di secessione. Gli elementi su cui si basavano le motivazioni causali e gli stessi tratti caratterizzanti dell’auspicata scissione, tuttavia, presentavano un’impostazione marcatamente differente. Al manipolo degli abolizionisti del Nord fornivano un émpito essenziale talune convinzioni religiose; per le argomentazioni del Sud, al contrario, costituivano delle spinte fondamentali i precetti costituzionali: secondo gli abolizionisti la secessione rappresentava una scelta obbligata per l’impossibilità di continuare a coesistere insieme al ‘regno del peccato’; mentre nell’interpretazione dei sudisti essa si configurava come un diritto sancito dalla Costituzione, in quanto i singoli Stati non avevano mai stabilito di venir meno alla propria sovranità, pur entrando a far parte dell’Unione federale.

Tutto ciò, nondimeno, provocò ripercussioni anche nella distribuzione delle varie confessioni. Contro la schiavitù si posero i quaccheri, i quali - già nel 1835 - avevano presentato in Senato una petizione con cui ne chiedevano ufficialmente l’abolizione. A favore, per contro, si dissero i membri delle Chiese evangeliche, che conseguentemente si espansero all’interno della cosiddetta Bible belt, traendo argomentazioni per la loro causa filoschiavista dall’Antico Testamento e da alcuni passi di san Paolo. In una condizione di apparente ‘neutralismo’ rispetto alla disputa si collocarono invece la Chiesa cattolica e quella episcopale, che - meno influenzate da interpretazioni letterali delle scritture veterotestamentarie - non assunsero posizioni particolarmente marcate in merito.

Il motivo di una tale situazione va ricercato nelle convinzioni religiose che animavano le due distinte schiere di fedeli: i puritani e le altre sètte di formazione calvinista (presbiteriani, riformati, separatisti, etc.), da una parte; i cattolici americani e gli anglicani, dall’altra. Sebbene i cittadini statunitensi di confessione cattolica (similmente a quelli di altre nazioni in cui predomina la religione protestante, come la Confederazione Elvetica) avessero sviluppato nel tempo una peculiare teoretica, poco dissimile da quella luterana, tuttavia conservavano un’impostazione nettamente diversa da quella puritana.

Fra il 1831 ed il 1832, il celebre magistrato e sociologo francese Alexis-Charles-Henri Clérel de Tocqueville compì un viaggio negli Stati Uniti, durante il quale ebbe modo di esaminare approfonditamente il sistema istituzionale, amministrativo e giudiziario di quel Paese. Ne scaturì il classico della letteratura sul pensiero politico dell’Ottocento intitolato De la démocratie en Amérique. In tale studio l’autore rilevava correttamente le conseguenze che, sull’assetto socio-culturale americano, aveva prodotto l’assenza di una gerarchia ecclesiastica ufficiale.

Nondimeno, la principale differenza rispetto ai Paesi di religione cattolica era di tipo dottrinale, non meramente istituzionale. Come noto, essa consisteva nel fatto che i protestanti privilegiavano (al pari di quanto accade tutt’ora) l’Antico Testamento, mentre i cattolici si richiamavano essenzialmente al messaggio cristiano, contenuto unicamente nel Nuovo Testamento. Tale richiamo all’antichità biblica, più moderato presso i luterani, diveniva pressoché ‘esclusivista’ nel caso dei calvinisti che, pertanto, al di là di un formale richiamo al nome del Nazareno, erano difficilmente assimilabili tout court con la stessa tradizione cristiana in quanto tale. Ciò premesso, occorre peraltro aggiungere che, anche nell’àmbito dell’Antico Testamento, i congregazionalisti puritani e le altre sètte protestanti operarono una selezione mirata a fruire utilitaristicamente dei beneficî che la Sacra Scrittura poteva offrire, come l’avallo alle teorie filo-schiaviste, senza tuttavia adottarne, di pari passo, le restrittive applicazioni.


Breve digressione sulla schiavitù nello jus biblicum: considerazioni critiche

A tal proposito, non si può fare a meno di aprire una breve parentesi per esprimere alcune sintetiche considerazioni in merito alla stessa lettura di comodo che dei passi biblici veniva data. Pur se il Cristo è venuto non per mutare la società terrena, bensì per salvare l’anima di ogni singolo uomo e permetterle di essere accolta nella civitas Dei, i problemi e le tribolazioni di questo mondo non l’hanno ugualmente lasciato indifferente. “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22, 39; Mc 12, 31; Lc 10, 27) e “[t]utto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro {Omnia ergo quaecumque vultis ut faciant vobis homines, et vos facite illis}” (Mt 7, 12; Lc 6, 31) sono precetti difficilmente coniugabili con il sostegno a teorie di sopraffazione e di oppressione di altri esseri umani, qual è l’istituto della schiavitù. Tali principî rappresentano il cardine attorno al quale ruota tutto il messaggio cristiano. Tuttavia, si potrebbe obiettare che si tratta di esortazioni ‘generiche’, che nulla dicono in merito al fatto specifico dello schiavismo e che ragionamenti capziosi potrebbero permettere di aggirare, giungendo a far approvare tale pratica liberticida senza per questo rinnegare formalmente i comandamenti cristiani.

Uno spregiudicato e tendenzioso utilizzo della ragione è in grado, senza dubbio, di condurre a simili aberrazioni. Proprio per questo, probabilmente, san Tommaso d’Aquino riservava alla ratio un ruolo di semplice ancilla fidei. Gesù, tuttavia, ha affermato in maniera esplicita pensieri difficilmente travisabili quando ha ammonito, ad esempio, “[i]n verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). E san Paolo, nella sua Lettera ai Galati, ha chiarito ulteriormente che “[n]on c’è più Giudeo né Greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28; Col 3, 11). Fin dal suo sorgere il cristianesimo ha così tentato, se non proprio di abolire la schiavitù, perlomeno di renderla meno brutale di quanto non fosse a quel tempo (quando era ampiamente diffusa presso svariati popoli). Ne è testimonianza concreta la lettera di san Paolo a Filèmone, in cui l’‘apostolo delle genti’ chiedeva accoratamente all’amico se non di liberare lo schiavo Onèsimo, da lui fuggito, di trattarlo almeno come un fratello carissimo.

Per vedere approvata la schiavitù nelle Sacre Scritture, dunque, occorre leggere l’Antico Testamento. Anche qui, comunque, alcune osservazioni sono d’uopo. Innanzi tutto, quando s’incontra l’espressione ‘schiavo’ - al pari di esclave, slave, Sklave, etc. - si sta leggendo una traduzione nella quale in tal modo si è voluta rendere l’espressione originale ‘ebed. Tale voce derivava da verbo ‘abad, che significava semplicemente “lavorare al servizio di un altro”; costui, a sua volta, era detto ’adôn, con un’espressione di carattere paternalistico, ben diversa dal termine ba’al - mai impiegato in detto contesto - che aveva il significato di “padrone assoluto”, il quale avrebbe implicato la figura di un ‘servo a vita’ (‘ebed ‘ôlam). Conseguentemente, prima di parlare di ‘schiavi israeliti’, appare doveroso approfondire come si configurasse, in realtà, la condizione giuridica di tale categoria. Da questo punto di vista, la cosa che maggiormente interessa esaminare è se i servi in Israele fossero considerati alla stregua di semplici cose (oggetti di diritto) o, viceversa, se fossero trattati come vere e proprie persone (soggetti di diritti garantiti e riconosciuti istituzionalmente). Riguardo a tale questione, nessun dubbio appare motivato:

“Troviamo narrati nella Bibbia stessa casi di servitori, scelti quali uomini di fiducia del capofamiglia, incaricati di svolgere le più delicate missioni, come quella della scelta di una nuora <Gn 24, 2 e 24, 5-8>; leggiamo che essi possono ereditare, naturalmente in difetto di eredi diretti <Gn 15, 3>, e contrarre matrimonio con la figlia del padrone <I Cr 2, 34-35>. Il servitore partecipa al culto e ha diritto al riposo del giorno di sabato <Es 20, 10 e 23, 12; Dt 5, 14>. Non deve essere maltrattato, tanto che una lesione infertagli dal padrone lo libera da ogni obbligo verso questi, anche se è di lieve entità, ma non riparabile naturalmente <Es 21, 26>”.

La conclusione che s’impone, in seguito all’esame di tutte le suddette disposizioni, è che lo stato dell’‘ebed biblico nulla o quasi aveva a che vedere con la schiavitù regolata dagli altri ordinamenti ad esso contemporanei (in particolare con tale istituto così come era previsto in Grecia o a Roma) e neppure con quella tipica dell’epoca moderna. Presso il popolo d’Israele, infatti, il servo non era considerato come una semplice cosa che il dominus potesse sfruttare senza vincoli, esercitando così un potere assimilabile allo jus vitae ac necis dei Romani. Egli era, piuttosto, un soggetto di diritto, tutelato da sanzioni che andavano dalla risoluzione del vincolo all’esercizio della vendetta di sangue e, per di più, tenuto a compiere le prestazioni dovute per un periodo di tempo limitato al settennio.


Nord-Est versus Sud-Ovest: tradizione e rivoluzione nell’american way of life

Un dato risulta chiaro e pressoché incontestato: Nord e Sud erano, di fatto, due realtà completamente diverse ed ormai incompatibili fra loro. Esse rappresentavano due vere e proprie nazioni, due civiltà irrimediabilmente divise per quanto atteneva alla base materiale, alle idee morali che le regolavano e alla concezione della vita stessa.

Nella mentalità della gente del Sud era assente il senso comunitario così vivo, per contro, presso gli abitanti del New England. Al meridione prevaleva un sentimento più condizionato dalle grandi distese disabitate o, comunque, scarsamente popolate, che contribuiva a rafforzare quell’ideale individualista già sorto dalla semplice condizione di isolamento ma supportato e vieppiù amplificato dalla concezione epica - così peculiare nello ‘spirito americano’ - del self-made man. A fornire il senso delle grandi distanze concorreva, nelle assolate terre del Sud, il minor sviluppo della rete ferroviaria.

È stato osservato come, sotto il profilo dell’isolamento, la vita del Sud trovi un possibile parallelo con quella che conducevano i pionieri nelle praterie e nelle foreste del Far West. D’altra parte, si deve rilevare come, nella prima metà dell’Ottocento, l’emigrazione verso i territorî dell’Ovest provenisse, in ampia parte, proprio dagli Stati del Sud, non tanto a cagione di un’inesistente esuberanza demografica, quanto piuttosto per il bisogno di ricercare costantemente nuovi appezzamenti di terra da designare alla coltivazione del cotone.

È da sottolinearsi come, presso i maggiori proprietarî terrieri del Sud fosse palpabile una sorta di aristocratico disprezzo nei confronti delle attività mercantili. Al punto che la categoria dei negozianti locali - scarseggiando quelli autoctoni - era rappresentata quasi esclusivamente da forestieri, fra i quali spiccavano in maniera considerevole yankees, tedeschi ed ebrei. Al contrario, le uniche carriere ritenute legittime per i proprî rampolli erano quelle del piantatore e dell’ecclesiastico, oppure quella avvocatizia e quella militare. Gli abitanti del Sud, inoltre, si mostravano ospitali nei confronti dei forestieri, cavallereschi con le donne, dotati di un alto senso dell’onore personale e di comprovate virtù civiche: “[a]bitavano le loro belle case in stile neoclassico, amavano la semplicità più che l’ostentazione, e gli svaghi erano gli stessi dell’aristocrazia inglese”; per di più, se la gran parte della comunità sudista era composta di piccoli piantatori e semplici farmers, neppure i grandi proprietarî terrieri, compresi gli stessi latifondisti, trascorrevano un’esistenza facile, in quanto tutti costoro si trovavano perennemente a corto di capitali di esercizio e quindi, assai spesso, erano indebitati.

Nel Sud, infine, il numero delle scuole secondarie, così come quello delle stesse università, appariva di gran lunga superiore rispetto a quello dei medesimi istituti che erano presenti al Nord. In tali accademie si educava una classe dirigente di alto livello, in particolar modo negli àmbiti dell’ingegneria e della meccanica.


Alcune precisazioni lessicali

La guerra di secessione fu la più cruenta in assoluto della storia americana con quasi un milione di vittime, metà delle quali civili (falciate soprattutto da epidemie negli ospedali e nei campi di prigionia). Secondo quanto riferito da taluni studiosi, essa avrebbe avuto fra le sue dirette conseguenze addirittura quella d’introdurre nel carattere di tale nazione, rendendolo un fattore peculiare ed endemico, un elemento fino ad allora praticamente ignoto: il gusto per la violenza. Certamente, se il dato venisse confermato, non si tratterebbe di un risultato di poco conto. D’altronde, non avrebbe potuto essere differente l’esito naturale di quella che è stata definita come “la prima guerra moderna”, la quale arrivò ad anticipare - sotto certi aspetti - le due grandi guerre ‘totali’ del Novecento. Ciò è dovuto principalmente alle perdite umane, alla lunga durata, allo sforzo ed ai sacrificî imposti ad entrambe le parti, ma anche e soprattutto alla quantità del materiale profuso e alle innovazioni tecniche che essa provocò. Uno studioso ha scritto:

“Dal punto di vista della storia militare la guerra civile americana […] segnò il passaggio dalla guerra del passato, che impegnava principalmente le forze militari, alla guerra moderna, che in grado diverso investe ogni gruppo sociale e che in definitiva comporta l’impegno completo della vita di una nazione […]. Fu una guerra d’idee, e perciò di obiettivi illimitati. Si combatteva per la vittoria completa sugli avversari: il Nord per costringere il Sud a rientrare nell’Unione, il Sud per costringere il Nord a riconoscere l’indipendenza degli Stati confederati. Non poteva esserci compromesso, né vittoria parziale. In confronto alle guerre del XVIII secolo, diluite nel tempo e limitate negli obiettivi, la guerra civile fu aspra, spietata e spesso crudele”.

Il passo sopra riportato pone bene in evidenza alcune importanti questioni, da cui si possono evincere altrettante riflessioni conseguenti: 1) la guerra civile americana rappresentò una vera e propria innovazione in campo militare, rispetto al passato; 2) ciò determinò il coinvolgimento di tutta la popolazione, non più unicamente dei soldati, conferendo all’evento bellico moderno un aspetto totalizzante, precedentemente sconosciuto; 3) l’idealismo che ha finito per caratterizzare i conflitti posteriori alla Rivoluzione francese ha comportato un’ulteriore disumanizzazione dello scontro, estremizzando le posizioni, diversamente da quanto succedeva quando la guerra veniva affrontata e gestita in base ad atteggiamenti più realisti e con obiettivi più limitati e contingenti; 4) le cause sono correttamente individuate nella questione istituzionale e non in quella razziale.

Prima di entrare nel merito, occorre affrontare un’ultimo problema: quello, affatto secondario, della sua definizione più appropriata. Ovvero: si trattò di una “guerra civile” (Civil War), di una “guerra di secessione” (Secession War), o di una “guerra fra gli Stati” (War Between the States)? Tutte queste varie denominazioni sono state infatti adoperate, di volta in volta, da storici di diverso orientamento:

“‘Guerra di secessione’ esprime forse meglio le origini giuridico-costituzionali della guerra, nata dal rifiuto di alcuni Stati di accettare il vincolo federale della Costituzione. Ma ‘guerra di secessione’, che non a caso è stata una espressione usata largamente in un primo tempo dagli storici, riflette soprattutto il punto di vista dei vincitori, per i quali coloro che avevano fatto la secessione erano dei ribelli. ‘Guerra fra gli Stati’ è l’espressione che forse meglio si adatta alla consapevolezza della maggioranza dei protagonisti, cioè di quasi tutti i confederati al Sud e degli abolizionisti al Nord (che poi presero il nome di radicali), convinti che la guerra fosse fra due nazioni. […] Tuttavia, nella consapevolezza degli spiriti superiori, come Lincoln, se non nella consapevolezza della maggioranza, il conflitto fu vissuto come una guerra civile, una tragedia, una lotta necessaria ma fratricida in seno alla patria comune”.

Questa l’autorevole opinione di Giampiero Carocci, dalla quale tuttavia chi scrive dissente per più di una ragione. Sia consentito, innanzi tutto, sorvolare sulla pur evidente ambiguità lessicale di un’espressione come “spiriti superiori”, che sembra quasi tradire simpatie preconcette, la quale andrebbe perlomeno motivata ed articolata al fine di giustificarne l’impiego in riferimento alla figura di Lincoln, cui oltretutto si contrapponeva quella non di un quisque de populo ma di un senatore della Virginia, suo contemporaneo, il quale affermava: “Io dunque la considero […] come una guerra di sentimenti e di opinioni dichiarata da una forma di società contro un’altra”. Lo stato d’animo che alimentava l’ardore secessionista traspare in maniera piuttosto evidente da tali parole e pare smentire seccamente la visione antistorica di una “lotta necessaria ma fratricida in seno alla patria comune”. Comunque sia, nessuna formula o definizione appare in grado di esprimere adeguatamente le policrome sfumature che caratterizzano un evento storico, né di rappresentare in maniera compiuta ed esauriente i punti di vista di tutte le parti in causa. Questo è un limite invalicabile del linguaggio umano, il quale ci pone al cospetto della reale difficoltà che si presenta nel momento in cui si tenti di tradurre fatti e pensieri in parole e che ci riporta all’attenzione quei ricorrenti problemi di comunicazione i quali, ad ogni pie’ sospinto, generano incomprensioni di varia natura.

In realtà, probabilmente, anche in questo caso specifico non esiste un’espressione in grado di sintetizzare correttamente la complessità di quegli eventi. Nel presente scritto, di conseguenza, tutte e tre le definizioni in uso verranno utilizzate in maniera intercambiabile, come semplici sinonimi l’una dell’altra. Qualche riflessione in merito, tuttavia, sembra opportuna. Nei paragrafi precedenti si è già chiarito come le ampie diversità che caratterizzavano le due aree fossero vissute in termini di una vera e propria contrapposizione culturale. Stanti così le cose, “guerra fra gli Stati” sarebbe, forse, la denominazione più giusta. Non si può negare, tuttavia, che le parti in causa avessero precedentemente contratto una reciproca unione federativa e che l’estrazione etnica, linguistica e lato sensu culturale della maggioranza degli abitanti degli Stati, sia del Nord come del Sud, provenisse da un’origine comune. In quest’ottica, sebbene l’accostamento dell’aggettivo ‘civile’ con il sostantivo ‘guerra’ susciti più di una perplessità per la fuorviante associazione d’idee che se ne può inconsciamente dedurre, la definizione in sé trova una sua parziale legittimazione. Si è detto, peraltro, delle motivazioni di fondo che scatenarono il conflitto, le quali troverebbero la loro etiologia storica nelle questioni giuridico-costituzionali, senza le quali, forse, le due realtà, per quanto diverse, avrebbero potuto continuare a convivere pacificamente come avevano fatto sino a quel momento. E se, da questo punto di vista, “guerra di secessione” è una formula che è stata ‘agiograficamente’ abusata da storici intellettualmente allineati con le posizioni dei vincitori, ciò non muta comunque la realtà dei fatti. Va aggiunto che tale interpretazione negativa discende unicamente da un’accezione che assimili la ‘secessione’ con un inconcepibile atto di ‘ribellione’. Ma anche questo rivela una sorta di tautologia speculativa; ovvero, il tornare inevitabilmente al punto di partenza - con un nulla di fatto in termini di evoluzione logica - per la pretesa di ragionare dando già per scontata a priori la posizione che giudica un atto materialmente impossibile il secedere senza infrangere la legalità costituita. Un tale modo di procedere svela quanto siano in grado d’incidere, talvolta, i pregiudizî personali. La questione, dunque, non è tanto come denominare un dato evento storico, bensì il provare a comprendere cosa esso sia stato veramente.


La “guerra per il dopoguerra” ed altri orrori della moderna arte militare

L’incipit della “guerra fra gli Stati” fu - secondo un motivo ricorrente nei conflitti che vedono coivolto l’establishment governativo statunitense - il risultato di una undercover operation, ossia una provocazione per indurre la controparte ad una reazione violenta da sfruttare, quindi, come casus belli. L’episodio è quello, arcinoto, di Fort Sumter nel 1861, quando i Confederati furono indotti a sparare alcune cannonate - che, peraltro, non sortirono alcun decesso - le quali vennero prontamente utilizzate come scusa, da parte del Nord, per dare avvio alle ostilità.

Essenzialmente due furono gli episodî significativi del conflitto: le “rivolte della leva” (Draft Riots), verificatesi nel biennio 1862-1863 nel Nord, e la “marcia verso il mare” (March to the Sea) del generale William Tecumseh Sherman, avvenuta fra il maggio del 1864 e l’aprile del 1865. Poiché, secondo i cànoni puritani, la coscrizione obbligatoria per sorteggio poteva essere aggirata tramite il versamento di una somma in denaro, piuttosto cospicua, il risultato fu che soltanto i poveri finivano al fronte. Per tale ragione, si ebbero alcune rivolte in Wisconsin, Indiana, Pennsylvania, Massachusetts, New York, Vermont, New Hampshire, Ohio. Tutte queste sollevazioni vennero represse con la forza dai militari. A New York l’armata del Potomac fece fuoco sui manifestanti, uccidendo circa 1.200 persone. La ‘marcia’ di Sherman consistette in un’incursione, piuttosto inusuale, nei territorî del Sud. Mentre le truppe sudiste erano impegnate a combattere sul fronte in Virginia, con una manovra di accerchiamento, Ulysses S. Grant, da poco nominato Capo di Stato Maggiore da Lincoln, inviò una legione di 100.000 soldati sotto il comando di Sherman ad invadere l’indifeso territorio della Confederazione. Durante l’operazione, furono messi a ferro e fuoco circa 100.000 chilometri quadrati di territorio: vennero bruciate tutte le città, i villaggî, le fattorie, le infrastrutture di ogni genere, distruggendo i raccolti e sterminando il bestiame. La stessa Atlanta, importante centro industriale ed agricolo (era la capitale del cotone) nonché cruciale nodo ferroviario, fu letteralmente rasa al suolo e data alle fiamme.

Lo scopo recòndito del raid non riguardava però la guerra in corso, bensì si preoccupava di preparare una situazione propizia per l’imminente dopoguerra: di fatto, le spese di guerra superavano gli 8 miliardi di dollari, il Sud era completamente dissestato e la ricostruzione divenne, così, il compito principale degli anni seguenti (1865-69). Si trattò, in buona sostanza, di una vera e propria “guerra per il dopoguerra”. In tal modo, infatti, l’establishment settentrionale - commercianti, finanzieri, industriali ed affaristi in genere - avrebbe avuto maggiori opportunità di guadagno al momento della ricostruzione. W. T. Sherman divenne, successivamente, banchiere a San Francisco, avvocato a Leavenworth, conduttore di una fattoria sulla frontiera del Kansas.

Le conseguenze più evidenti (e deleterie) dello scontro furono, secondo la ricostruzione offerta in The Costs of War, un notevole consolidamento dell’amministrazione centrale, con il conseguente ampliamento delle sue prerogative a discapito delle istituzioni periferiche. È esattamente quanto, di fatto, avvenne sotto l’egida di Abraham Lincoln, il quale - ricorda Denson - è stato definito, con un epìteto decisamente poco edificante, come “il Robespierre d’America” (p. 26), non tanto per il comportamento assunto durante la guerra contro gli Stati del Sud, quanto piuttosto per l’atteggiamento tirannico ed incostituzionale, da vero e proprio “dittatore” (pp. 24, 139, 141 e 160), che avrebbe tenuto anche nei confronti degli stessi cittadini americani del Nord.


I guadagni della guerra: gli interessi occulti dietro alle azioni militari

Ma le guerre non generano soltanto costi. In qualche caso, debitamente circoscritto, possono rivelarsi anche fonte di lauti guadagni. In tale ottica, alcuni studiosi hanno concentrato la propria attenzione su avvenimenti generalmente poco noti, ma alquanto interessanti, ponendo l’accento sui retroscena che avrebbero indotto certi ‘poteri forti’ a sostenere l’ascesa del nazionalsocialismo, reduce da una, altrimenti travolgente, disfatta elettorale. Nella Germania degli anni Trenta, infatti, l’economista Wilhelm Lautenbach, della Società Friedrich List, aveva messo a punto per l’economia tedesca, devastata dal debito di guerra e dall’iperinflazione, un programma economico di ripresa molto simile a quello varato da Franklin Delano Roosevelt negli Stati Uniti. Tale programma - che faceva perno sui lavori pubblici - fu ripreso, con il sostegno dei sindacati, dal cancelliere Kurt von Schleicher, un generale cresciuto nella migliore tradizione militare e, contemporaneamente, assai attento alle esigenze dei ceti medi e delle classi popolari. Tuttavia, personaggi come Hjalmar Schacht, il barone Kurt von Schroeder e Franz Joseph von Papen esercitarono pressioni tali da costringere il presidente Paul von Hindenburg ad estromettere von Schleicher dalla cancelleria per lasciare il proprio posto a Hitler. Dietro quello che è stato definito come un vero e proprio “golpe legale” risulterebbe evidente - secondo lo studio citato - la ‘mano invisibile’ dell’alta finanza internazionale (e, in particolare, quella dei banchieri Morgan), che a quel tempo aveva impostato l’intero sistema finanziario sul meccanismo delle riparazioni di guerra tedesche.

Forze alleate e nazismo ebbero, d’altra parte, più di una collusione sospetta. Per non limitarsi che a pochi ma significativi esempî, giova rammentare che la collaborazione fra imprese americane e germaniche si era mantenuta nel tempo e si era intensificata a tal punto che, ad esempio, già nel 1917 (mentre la prima guerra mondiale era in pieno svolgimento) la Standard Oil e la General Motors avevano messo a completa disposizione dell’IG-Farben i proprî laboratorî del New Jersey e del Texas per la fabbricazione di gas ad uso militare. Negli anni successivi, la Bendix Aviation, controllata dalla Banca Morgan, fornì (sino al 1940), per tramite dell’azienda tedesca Siemens, tutti i sistemi di pilotaggio ed i quadri di bordo degli aerei tedeschi. Dal canto suo, la Gran Bretagna, nel solo periodo 1943-1945 (in piena seconda guerra mondiale), inviò in Germania 12.000 motori d’aereo ultramoderni, mentre la Luftwaffe riceveva mensilmente da Washington equipaggiamenti ed accessorî sufficienti per 100 aerei. Le due principali fabbriche di blindati e di carri armati vennero realizzate dalla Opel, filiale tedesca dell’americana General Motors, mentre l’ITT, che attraverso il cartello AEG controllava tutte le telecomunicazioni tedesche, avrebbe cessato di lavorare per gli armamenti del III° Reich soltanto nel 1944. Il principale poligono di tiro in cui si addestravano gli artiglieri tedeschi era sito a Luga, nei pressi di Leningrado. Tutti gli aviatori tedeschi che combatterono sui fronti di guerra fra il 1939 ed il 1942 vennero addestrati nei campi di Lipetsk, Saratov e della Crimea. I carristi delle Panzer-Divisionen apprendevano a pilotare i proprî blindati, fabbricati dalla Krupp e dalla Rheinmetall, in territorio sovietico: a Katorg, presso Mosca.

Ralph Raico affronta alcuni aspetti, connessi in vario modo con tale questione, nel proprio saggio con cui invita a ripensare la figura storica di Winston S. Churchill, dipinto a più riprese come un “darwinista” dichiaratamente “anti-cattolico” (p. 325), fervente “sionista” (p. 334), “ammiratore di Mussolini” (pp. 37 e 323) e “ammiratore di Stalin” (pp. 324 e 345), il quale sembra approvasse senza alcuna remora perfino “il lavoro schiavistico come riparazioni di guerra” (p. 356). Raico pone un interrogativo il quale è sufficiente, da solo, a mostrare tutti i limiti che caratterizzano la visione convenzionale. Un postulato morale dei tempi correnti suppone che nel perseguire l’annientamento di Hitler qualunque azione risultasse lecita ed ammissibile, osserva correttamente lo storico italo-americano. Tuttavia, per quale ragione - si domanda - quel sentimento etico il quale presiede alle coscienze civili dei Paesi ‘liberaldemocratici’ giudicò come assolutamente imprescindibile ed improcrastinabile un tale assunto quando si trattò di scatenare una vera e propria ‘crociata’ nei confronti del nazionalsocialismo hitleriano, mentre non avvertì affatto lo stridente contrasto che si veniva logicamente a determinare nel momento in cui quella medesima classe dirigente si rifiutava di raccogliere lo straziante reclamo di giustizia e di libertà che, nel contempo, si levava - ormai da qualche decennio - dall’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche?


Il moralismo a senso unico e l’olocausto atomico

È, ormai, ampiamente documentato quel che anche ai tempi era, comunque, noto: ovvero che, nel 1939-40, le vittime dello stalinismo superavano già ampiamente quelle del nazismo. Raico, infatti, osserva opportunamente come

“[a]t that point, Hitler had already slain his thousands, but Stalin had already slain his millions. […] Around 1,500,000 Poles were deported to the Gulag, with about half of them dying within the first two years”.

Non v’è dubbio che Churchill abbia coscientemente voltato altrove lo sguardo quando si trattò di prendere atto della barbarie che caratterizzava il regime tirannico staliniano e gli orrori del gulag. Tuttavia - ci si chiede - non salvò, almeno, il mondo dal nazismo? Innegabilmente. Ma “a quale prezzo?”, è il bruciante interrogativo che viene posto al lettore subito dopo.

Non bisogna mai dimenticare, infatti, i crimini di guerra compiuti dalle stesse forze alleate, come il bombardamento ‘a tappeto’ delle popolazioni civili. Quasi tutti i crimini attribuiti ai nazisti durante il processo di Norimberga - bombardamenti sui civili, deportazioni di massa, invasione di paesi neutrali, violazione di convenzioni internazionali e dei diritti umani - erano infatti stati commessi anche dai vincitori, stando al resoconto di David Irving. I bombardamenti aerei alleati su città tedesche come Amburgo, Berlino, Chemnitz, Colonia, Dresda, Emdel, Lipsia, Wesel ed altre ancora, o sulla capitale giapponese Tokyo (dove vennero uccisi più di 100.000 civili), conseguirono effetti apocalittici: 593.000 morti ed oltre 620.000 feriti. Quasi mai, però, quei settori nei quali sorgevano le fabbriche del capitale anglosassone e statunitense subirono danni rilevanti. In particolare, episodî come quello avvenuto il 13 febbraio del 1945 a Dresda, indubbiamente, gettano una cupa luce sulla pretesa ‘crociata morale’ anglo-americana. Anche in quel frangente la furia sterminatrice degli alleati risparmiò, inspiegabilmente, gli unici obiettivi di un qualche interesse militare, come i ponti sull’Elba e l’aeroporto che non vennero neppure attaccati, per concentrarsi sulla popolazione civile. Lo Strategic Command, che operava alle dirette dipendenze di Churchill, mise in atto un vero e proprio sterminio di massa, senza altre giustificazioni plausibili se non l’intimidazione del nemico attraverso il ricorso alla forza bruta. 1.223 bombardieri della britannica Royal Air Force (RAF), con la copertura e l’ausilio delle truppe americane, riversarono sulla città, in tre ondate successive, centinaia di migliaia di tonnellate di bombe ed altri ordigni incendiarî, uccidendo in quattordici ore circa 300.000 civili indifesi (275.000 secondo i dati forniti ufficialmente dalla stessa Croce Rossa Internazionale di Ginevra), raggiungendo il triste primato del maggior numero di esseri umani sterminati in un solo giorno. Nulla a confronto degli orrori compiuti nella guerra giudaica. Neppure l’‘angelo distruttore’ Satàn aveva potuto giungere a tanto quando, secondo la Bibbia (2 Re 19, 35), uccise in una sola notte 185.000 Assiri accampati contro Israele!

Letteralmente impossibile è appellarsi in proposito al fenomeno di “coventrizzazione” quale valida giustificazione, in quanto un punto chiaro ed imprescindibile per individuare una guerra ‘giusta’, oltre a quello di essere una guerra difensiva, consiste proprio nel non coinvolgere la popolazione civile nelle operazioni belliche. Nel maggio del 1940, tuttavia, il premier britannico prese la decisione di bombardare le città della Germania con il preciso scopo di demoralizzare il nemico attraverso la morte di uomini, donne, anziani e bambini totalmente innocenti. Per contro, non fu prima del novembre di quello stesso anno che anche Hitler decise di rispondere all’offensiva alleata adottando lo stesso metodo, bombardando la cittadina inglese di Coventry.

L’ultima parola in questa tremenda escalation di violenza bruta e gratuita, tuttavia, sarebbe spettata ancora una volta alle forze alleate, quando gli Stati Uniti annientarono il Giappone con l’impiego dell’ordigno termonucleare, le cui terribili conseguenze hanno lasciato postumi duraturi, visibili ancora dopo oltre sessant’anni, nella inerme popolazione:

“In un milionesimo di secondo, un nuovo sole si accese nel cielo, in un bagliore bianco, abbagliante. Fu cento volte più incandescente del sole del firmamento. E questa palla di fuoco irradiò milioni di gradi di calore contro la città di Hiroscima. In questo secondo, 86.000 persone arsero vive. In questo secondo, 72.000 persone subirono gravi ferite. In questo secondo, 6.820 case furono sbriciolate e scagliate in aria dal risucchio di un vuoto d’aria, per chilometri d’altezza nel cielo, sotto forma di una colossale nube di polvere. In questo secondo, crollarono 3.750 edifici, le cui macerie s’incendiarono. In questo solo secondo, raggi mortali di neutroni e raggi gamma, bombardarono il luogo dell’esplosione per un raggio di un chilometro e mezzo. In questo secondo, l’uomo, che Dio aveva creato a propria immagine e somiglianza, aveva compiuto, con l’aiuto della scienza, il primo tentativo per annientare se stesso. Il tentativo era riuscito”.

Il secondo conflitto mondiale si concludeva, in tal modo, negli immani bagliori della bomba all’uranio 235 (nome in codice Little Boy), sganciata il 6 agosto del 1945 dal famigerato bombardiere B-29 “Enola Gay” su Hiroshima, e di quella al plutonio (nome in codice Fat Man), lanciata appena tre giorni dopo, il 9 agosto, su Nagasaki. La declassificazione di importanti documenti top secret ha recentemente permesso di apprendere che, se il Giappone non si fosse arreso incondizionatamente alle forze alleate (come di fatto si piegò a fare il successivo 14 agosto) quelle lanciate non sarebbero state che le prime due di una lunga serie di bombe atomiche, impiegate senza scrupoli di sorta dagli Stati Uniti d’America. Ciò sarebbe avvenuto, secondo la versione ufficiale, unicamente a causa del malcontento dilagante fra la popolazione americana, dovuto all’inatteso prolungarsi del conflitto. Se così fosse veramente, verrebbe comunque da obiettare che i malumori di un’opinione pubblica stanca di spendere le proprie tasse in armamenti non dovrebbero giustificare un olocausto nucleare. Secondo altre interpretazioni, tuttavia, tale episodio sarebbe servito all’amministrazione statunitense unicamente per mostrare i muscoli (una cinica manifestazione di supremazia fine a se stessa) in vista della prossima contrapposizione bipolare con l’Unione Sovietica. Un’ulteriore ricostruzione dei fatti ha quindi posto in evidenza l’infruttuoso intento americano di evitare, in tal modo, l’ingresso dell’URSS nello scenario asiatico (e, conseguentemente, nel mercato orientale), in conseguenza di un’immediata resa del Giappone. A tale orrore va aggiunto quello perpetrato, in tempo di pace, nelle Isole Marshall, che l’ONU aveva posto sotto la tutela statunitense.

Il saggio di Raico pone in evidenza un importante parallelo fra la guerra di liberazione dal nazismo e quella civile americana. Lincoln non intraprese affatto lo scontro armato con l’intento di mettere fine al sistema schiavistico. Esattamente alla stessa maniera, il filantropismo di Churchill appariva tremendamente viziato da una crudeltà che poco aveva da invidiare a quella hitleriana. Secondo le parole dello stesso Raico, infatti,

“[i]t is curious how, with his stark Darwinian outlook, his elevation of war to the central place in human history, and his racism, as well as his fixation on ‘great leaders’, Churchill’s worldview resembled that of his antagonist, Hitler”.

Tale filantropismo del noto premier britannico, peraltro, sembra fosse pesantemente influenzato dalle teorie in voga nella Società Fabiana (Fabian Society) dei coniugi Beatrice e Sidney Webb (cfr. p. 329). A questo proposito, può essere opportuno richiamare l’attenzione, seppure solo en passant, sui punti di connessione fra ‘darwinismo sociale’, ‘socialismo fabiano’ e ‘teosofismo’. La Società Teosofica (Theosophical Society) venne infatti fondata nel 1875 a New York da Helena Petrowna Blavatsky sotto forma di una bizzarra miscela fra alcuni precetti indù ed una sorta di ‘socialismo sentimentalista’, fra i dettami pseudo-occultistici all’epoca molto in voga in certi ambienti spiritisti e la dottrina evoluzionista. In India la Società Teosofica ricoprì un importante ruolo quale efficace strumento di propagazione per quelle idee funzionali all’affermarsi dell’imperialismo britannico. Attraverso le teorie teosofiche si tentò, di fatto, d’integrare all’ideologia che stava alla base del colonialismo inglese la categoria dei ‘collaborazionisti locali’, i quali avevano ormai perso - in seguito al contatto avuto con gli stranieri, considerati ‘impuri’ dalla popolazione indigena - il proprio status castale, secondo i cànoni della religione tradizionale, necessitando pertanto di una nuova credenza adeguata alla loro ambigua condizione.

Il fabianesimo, per contro, fu creato in Inghilterra nel 1883 come associazione privata, fra i cui affiliati figurava anche una tal Annie Besant (una fondatrice e dirigente della Società Teosofica). Scopo principale dei fabiani era quello dell’affermazione finale del “collettivismo” nel tessuto sociale. Per tale ragione i teorici di quella dottrina politica ricorsero al concetto di “permeazione” (permeation), attraverso il quale si prefiggevano di far filtrare sul piano socio-culturale i precetti social-comunisti in maniera tale da farli assimilare gradualmente e senza traumi, in particolare da quegli individui che “si trovano ad occupare posti-chiave di potere a tutti i livelli” (uomini politici, professionisti, insegnanti, imprenditori) e che sarebbero, altrimenti, idealmente distanti da essi. Si trattava dell’elaborazione e della conseguente imposizione di quello che è stato definito come un “socialismo massimalista e gradualista”: un percorso alternativo ed assai più ‘subdolo’, dunque, rispetto ad un’esplicita “lotta di classe”.


Disinformacija: il ruolo della propaganda di Stato

Spesso, nella vita quotidiana, si suol dire che ‘col senno di poi’ non si rifarebbero talune scelte. Ciò sta ad indicare che la conoscenza acquisita col tempo serve a rivedere e reinterpretare, sotto un’altra luce, i dati di cui si era in possesso in precedenza. È esattamente quanto permette di compiere la ricerca storica che, al di là di fuorvianti etichettature polemiche, si mostra di per se stessa ‘revisionista’. Altrimenti non si tratta di una verace ricerca storica, ma della mera giustapposizione di informazioni di per sé totalmente inutili e superflue; oppure della semplice compilazione di dati già ampiamente noti con la riproposizione di ormai consunti luoghi comuni. In entrambi i casi, un vocabolo potrebbe esprimere in maniera appropriata la natura dell’oggetto in questione: ‘propaganda’.

È noto come i due strumenti attraverso cui la maggior parte dei governi contemporanei è stata in grado d’intraprendere conflitti armati consistano nella coscrizione obbligatoria e nella propaganda. Lo spregiudicato utilizzo della produzione cinematografica hollywoodiana rappresenta, da questo punto di vista, un esempio eclatante ed emblematico di operazione propagandistica in grande stile. Ancor più insidiosa, però, si mostra la fabbricazione ex novo di materiale propagandistico a scopi politici, come quello analizzato da David Gordon nel proprio saggio.

In tale scritto l’autore esplora l’argomento delle motivazioni confezionate ad arte per indurre un’opinione pubblica recalcitrante ad entrare nei due conflitti mondiali, soffermandosi in particolar modo sulla figura di Walter Lippmann. Sebbene già sotto le amministrazioni precedenti - e, in particolare, sotto quella di Woodrow Wilson - la falsa propaganda avesse raggiunto un peso di tutto riguardo nel meccanismo operativo della politica americana, essa raggiunse un livello ancor più elevato con la presidenza di F. D. Roosevelt. Egli, infatti, aiutò il governo britannico a stabilire un’agenzia segreta di spionaggio e propaganda nella città di New York, già alla metà del 1940, con il proposito d’indurre gli Stati Uniti ad entrare in guerra contro le potenze dell’Asse. Il sordido episodio venne svelato alla metà degli anni Settanta da un agente segreto inglese, William Stephenson, il cui nome in codice era Intrepid. L’articolo di Gordon fa specifico riferimento ad uno dei varî atti di depistaggio e falsa propaganda creati dallo stesso Intrepid. Questi avrebbe fornito una mappa contraffatta a Roosevelt, che la utilizzò deliberatamente in un discorso alla nazione tenuto il 27 ottobre del 1941. Appare, pertanto, palese che Roosevelt mentì consapevolmente al popolo americano sostenendo la tesi secondo la quale aveva ottenuto il documento da una spia tedesca e che da esso si poteva chiaramente evincere il piano con il quale Hitler si prefiggeva d’invadere l’America meridionale. Ciò lasciava arguire un imminente pericolo per gli Stati Uniti e, conseguentemente, costituiva un’ottima motivazione per l’ingresso degli stessi nel conflitto. Tanto basta a far affermare a Denson che Roosevelt avrebbe dovuto subire un procedimento di impeachment per quest’unica ragione.


Il giorno dell’infamia

Più ancora della semplice propaganda - spesso fraudolenta ma, di per sé, sostanzialmente ‘innocua’ - nella politica bellica americana hanno giocato ruoli decisivi alcuni eventi catastrofici, sovente propiziati, come visto, dallo stesso establishment americano. L’attacco militare giapponese nei confronti delle truppe di stanza alle isole Hawaii, avvenuto il 7 dicembre del 1941, rientrerebbe in tale genere di casistica. La flotta aero-navale giapponese prese d’assalto la base statunitense e la bersagliò con l’azione incrociata di ben 360 aeroplani e 30 sommergibili, annientandola completamente. Nel giro di poche ore, della Linea delle corazzate non rimaneva che la devastazione: le navi da guerra Arizona, Utah, West Virginia ed Oklahoma vennero completamente distrutte; le restanti subirono ingenti danni.

Fin da subito, o quasi, fu evidente che tale episodio altro non era se non il logico sviluppo delle provocazioni americane, secondo un consolidato copione che ha trovato interpreti fedeli in numerosi presidenti come Leonidas Lafayette Polk, Abraham Lincoln, William McKinley, Woodrow Wilson, Franklin D. Roosevelt e Lyndon Baines Johnson. Gli Stati Uniti avevano decretato un embargo petrolifero contro il Giappone tale che questo - privo di risorse naturali proprie - rischiava seriamente un collasso, che si sarebbe potuto verificare nel giro di pochi mesi. Nel luglio del 1940, pur di vedere annullato l’embargo nei suoi confronti, il Giappone offrì all’America il proprio ritiro dalla Cina e l’uscita dalle potenze dell’Asse. Deciso ad entrare in guerra a qualunque costo, per tutta risposta Roosevelt congelò i beni nipponici in USA e, nel settembre, estese il provvedimento di embargo anche ai settori del ferro e dell’acciaio. L’intento provocatorio del presidente americano diviene ancor più chiaro quando si rilevi il suo proposito di far trasferire la flotta del Pacifico, solitamente ancorata in basi militari californiane, nelle isole Hawaii, assai più facilmente aggredibili da parte delle forze nemiche. Alle conseguenti rimostranze dell’ammiraglio James Richardson, comandante in capo della flotta del Pacifico, il quale si mostrava consapevole dell’enorme rischio che in tal modo si andava a correre, Roosevelt replicò sollevandolo dal suo incarico. Lo stesso capitano Oliver Lylleton, membro del cabinetto di guerra di Churchill, ebbe a dire in un discorso pronunciato il 20 giugno del 1944:

“America provoked Japan to such an extent that the Japanese were forced to attack Pearl Harbor. It is a travesty on history, ever to say that America was forced into the war”.

Riguardo al noto episodio di Pearl Harbor, infatti, va detto che, in base ad alcune recenti ricostruzioni storiche, non si sarebbe trattato di un semplice incidente, un fallimento dei servizî informativi statunitensi o un’ineffabile mossa delle forze armate nipponiche, bensì esso sarebbe stato un paradigmatico casus belli deliberatamente pianificato dalle più alte sfere politiche dell’Amministrazione guidata da Roosevelt. L’evento non sarebbe dunque stato una sorpresa per il presidente, tanto che alle ore 7:53 di quella domenica mattina l’ufficio OP/20/G di Washington era già a conoscenza dell’azione militare programmata dall’Impero del Sol Levante. Tuttavia, si attese l’inizio del bombardamento senza allertare per tempo la base nel Pacifico. Ciò si sarebbe reso necessario al fine di convincere un’America fermamente ‘isolazionista’ ad intervenire nel conflitto europeo. Com’è noto, infatti, nel 1939 il Council on Foreign Relations (CFR) - un istituto privato fondato nel 1921 da numerosi magnati dell’alta finanza americana - aveva condotto uno studio (terminato il 7 giugno 1940) in cui si argomentava la ragione per cui l’America sarebbe dovuta entrare in guerra: se la Germania avesse occupato l’Unione Sovietica, avrebbe preso corpo un insieme economico autosufficiente al quale gli Stati Uniti non avrebbero più potuto vendere nulla. La medesima cosa sarebbe avvenuta qualora il Giappone avesse conquistato definitivamente la Cina, che aveva iniziato ad invadere nel 1937. Tale progetto venne poi presentato alla Casa Bianca, convincendola in tal modo a far partecipare al secondo conflitto mondiale gli Stati Uniti (non per un giudizio morale sul nazionalsocialismo hitleriano, dunque, bensì per una questione puramente economica, strettamente connessa con gli utili minacciati della grande industria nord-americana). Secondo tale ricostruzione storica, pertanto, 2.273 morti e 1.119 feriti tra militari e civili altro non sarebbero stati che il ‘modesto’ prezzo da pagare dettato, ancora una volta, dal protezionismo economico dello Stato americano nei confronti delle grandi Corporations - bisognose di espandersi ulteriormente - e da ragioni di Realpolitik in funzione della costituzione di un impero mondiale che tutelasse gli interessi di potenti lobbies economico-finanziarie alle quali il ‘mercato’ sembra piacere solo quando è posto sotto (il loro) controllo.

Ma quali sono i presupposti sui quali politici guerrafondaî, come Lincoln e Churchill, sono in grado di far poggiare i loro propositi? Come documenta Rothbard, nel quadro d’insieme occupano una posizione centrale gli intellettuali che, pur di vedere realizzati i loro sogni utopistici, sarebbero disposti ad impersonare il ruolo dei ‘cattivi maestri’, consiglieri del principe. Viene portata ad esempio la figura del filosofo pragmatico John Dewey (firmatario dell’intervento americano nel secondo conflitto mondiale), il quale sosteneva apertamente come l’uso della forza non andasse né lodato né condannato di per sé, in quanto semplice strumento per ottenere determinati risultati.

La questione della coscrizione militare obbligatoria come “chiave di volta” per la centralità della guerra nella vita politico-sociale americana (e non solo americana) del XX secolo, infine, viene sviscerata dall’economista Robert Higgs. L’autore chiarisce come le ovvie esigenze dei periodi di guerra siano spesso state addotte quali valide giustificazioni per l’instaurazione di veri e proprî Leviatani. La coscrizione, in particolare, fornisce un valido tassello sul quale provare ad erigere forme politiche di genere dispotico:

“The formula, applied again and again, was quite simple: If it is acceptable to draft men, then it is acceptable to do X, where X is any government violation of individual rights whatsoever. Once the draft had been adopted, then, as Louis Brandeis put it, ‘all bets are off’”.


Conclusioni

Nella società sviluppata dai nativi americani la guerra svolgeva una duplice funzione: da una parte, essa era vissuta come un rituale necessario alla stabilità del gruppo mentre, dall’altra, conservando la divisione in tribù, rappresentava un valido espediente per impedire la formazione di vaste comunità e, quindi, l’emergere di una stessa entità politica organizzata che avrebbe portato inesorabilmente verso la creazione di un vero e proprio Stato.

Il giovane scrittore politico libertario Randolph Bourne - poco prima di morire nel 1918, appena trentaduenne - in un saggio sullo Stato che, pubblicato postumo, gli avrebbe dato la notorietà, scrisse la memorabile frase: “La guerra è la salute dello Stato”. Una tale conclusione logica è proprio quanto sembra emergere distintamente anche dalle pagine di The Costs of War, che nel presente scritto non si è potuto analizzare nella propria interezza, a causa della sua mole ponderosa oltre che per la complessità e varietà dei temi in esso trattati.

Solitamente, operazioni di ampliamento delle competenze statali interne, al pari delle ingerenze nelle questioni esterne ai confini nazionali di un Paese, vengono interpretate come la conseguenza inevitabile della reazione ad una, felice ma irrealizzabile, visione del mondo. Il progetto New Deal, per esempio, sarebbe servito a risanare i danni provocati dalla “deregolamentazione economica” degli anni Venti, la quale, a sua volta, “provocò la più grande depressione economica della Storia americana e di tutto il mondo occidentale nell’età contemporanea”. In guerra, poi, “abbiamo dovuto entrarci, nonostante la nostra volontà, perché hanno massacrato i nostri ragazzi” si sente ripetere incessantemente, secondo i più collaudati schemi della retorica patriottica. Tutto ciò avrebbe inesorabilmente portato fino ai motti, di kennedyana memoria, che incitavano a pensare non già cosa potesse fare un Paese per gli individui che componevano la sua popolazione, bensì quello che ciascun individuo poteva fare per il proprio Paese (che se, contrariamente a quanto si è costantemente cercato di inculcare nelle menti di ogni buon cittadino, non coincide con la popolazione stessa - come sembrerebbe proprio di poter evincere dalle parole dello stesso John Fitzgerald Kennedy - non si sa bene con cos’altro identificarlo se non con le diverse élites che lo controllano a varî livelli).

Già in opere come America’s Great Depression, del 1963, Rothbard aveva applicato la teoria misesiana del business cycle per dimostrare come il crollo economico-finanziario del 1929 fosse stato, in realtà, il mero risultato dell’espansione creditizia ingiustificatamente operata dalla Federal Reserve. Rothbard rifiutò e confutò, inoltre, la visione dominante del presidente repubblicano Herbert Clark Hoover come un free-marketeer, dimostrando come egli fosse, per contro, un New Dealer ante litteram in saggî come Herbert Hoover and the Myth of Laissez Faire, del 1972. Tale interpretazione pare confortata da numerosi dati di fatto: durante la campagna elettorale del 1932, ad esempio, i leaders nazionali del Partito Democratico criticarono aspramente Hoover non perché avesse fatto troppo poco al fine di fronteggiare la crisi, bensì perché aveva fatto troppo.

In svariati articoli, Rothbard tentò anche di spiegare come, dal suo punto di vista, il New Deal fosse da considerarsi la logica conseguenza dell’irreggimentazione economica dovuta alla prima guerra mondiale e all’‘era progressista’, contraddistinte dalla centralizzazione dell’attività creditizia e dalla tassazione progressiva del reddito. Gli stessi, presunti, effetti positivi dell’azione svolta dal progetto New Deal sulla ripresa economica e la conseguente uscita dalla crisi del “giovedì nero” di Wall Street, datato 24 ottobre 1929, sono stati messi di recente in discussione anche da numerosi altri interpreti. Se si pensa, infatti, che le crisi in economia sono considerate ‘cicliche’ (così come le riprese), che quando il New Deal fu realizzato quella del 1929 era già in atto da diversi anni - quasi tre anni e mezzo, per la precisione, intercorsero fra lo scoppio della crisi e l’insediamento alla presidenza di Roosevelt, il 4 marzo del 1933, allorché la depressione raggiunse la sua congiuntura più bassa - e che la famosa General Theory di John Maynard Keynes (posta alla base dell’opera messa in atto dal celebre brain trust rooseveltiano) non fu pubblicata prima del 1936, se ne può logicamente desumere che, in qualche modo, essa fosse destinata a risolversi anche da sola, proprio a causa dell’espansione ciclica connessa alle fluttuazioni economiche. I risultati del New Deal, peraltro, com’è ormai pressoché unanimemente riconosciuto, non furono sempre ottimali e, del resto, soltanto l’enorme sviluppo della produzione bellica durante la seconda guerra mondiale (cominciata fin dal 1939, anche se gli Stati Uniti inizialmente non parteciparono direttamente al conflitto) procurò una decisa ripresa dell’economia. La guerra non diede solo un enorme impulso all’economia, colmando a tal punto l’offerta di lavoro da generare una conseguente scarsità di manodopera (sedici milioni di persone, complessivamente, entrarono nelle forze armate), ma implicò anche la stipulazione di nuovi contratti, soprattutto nel settore relativo alla produzione bellica.

I ripetuti tentativi da parte dei governi degli Stati Uniti di rendere l’intero continente americano una vera e propria sfera d’influenza da loro stessi egemonizzata hanno conosciuto cicliche recrudescenze, finendo per determinare - a torto o a ragione - un diffuso sentimento di ostilità nei loro confronti. Le evoluzioni illiberali in favore del centralismo politico-burocratico rispetto ai diritti dell’individuo, cui si è assistito nell’ultimo secolo, sembrano in tal modo rappresentare, piuttosto, la logica conseguenza dell’aver preferito l’esprit de conquête - come avrebbe detto Benjamin Constant - rispetto all’esprit de commerce. Il non-interventionism o (secondo la denominazione datane dai detrattori) isolationism, che nell’Inghilterra del XIX secolo sarebbe stato definito ‘splendido’, si riferiva a quel neutralismo negli affari internazionali che era vòlto ad un’astensione rispetto all’interferenza con le questioni di altri Paesi. Si tratta della politica estera ‘americana’, per antonomasia. Tale indirizzo venne infatti teorizzato all’unìsono da ‘padri della patria’, pur così diversi fra loro, come George Washington nel suo Farewell Address (19 settembre 1796), Thomas Jefferson nel suo First Inaugural Address (4 marzo 1801) e John Quincy Adams nel suo Address as Secretary of State (4 luglio 1821). I ben noti principî, espressi anche da altre emblematiche figure della storia politica americana - come Alexander Hamilton, James Madison ed altri uomini di Stato - miravano a non coinvolgere il Paese in “alleanze durature e vincolanti”, sostenendo che gli Stati Uniti non nutrivano interessi nei confronti delle combinazioni politiche europee ed intendevano perseguire una politica di sviluppo autonomo in quanto Nazione americana. Tali intendimenti vennero coagulati e codificati a livello istituzionale il 2 dicembre del 1823, nel messaggio annuale che il presidente James Monroe pronunciò davanti al Congresso, di cui numerosi brani sarebbero andati a costituire l’originaria dichiarazione di politica estera destinata a divenire nota come “Dottrina di Monroe”.

Alla fine dell’Ottocento, tuttavia, con l’intensificazione dello spirito nazionale all’interno, si andò delineando un nuovo atteggiamento in politica estera. Per quanto le dichiarazioni di isolazionismo e gli ammonimenti contro le “alleanze vincolatrici” costituissero ancora la caratteristica più evidente nei discorsi degli uomini di governo, infatti, la stessa evoluzione degli eventi storici finiva per allentare inesorabilmente gli antichi vincoli nazionali. Fino all’evidente ‘giro di boa’ avvenuto nell’aprile del 1917 con l’ingresso nella prima guerra mondiale.

Tradizionale cavallo di battaglia del pensiero conservatore statunitense, cavalcato in particolare dalla formazione anti-New Deal sorta in America negli anni Trenta per opera di Henry Louis Mencken e Robert A. Taft e nota come Old Right, l’isolazionismo non ha mai significato, nella vicenda politica degli States, una volontà d’isolamento. Esso intendeva rappresentare, al contrario, una dottrina che non precludeva lo sviluppo crescente di relazioni economiche con l’esterno, pur esprimendo il desiderio di un disimpegno finalizzato, in ultima analisi, a concedere una libertà il più ampia possibile all’azione politica americana. Il non-interventismo si configura, pertanto, come il prodotto peculiare della vocazione che gli Stati Uniti hanno sempre avuto verso il libero commercio e la circolazione non regolamentata di persone e capitali. Questa dottrina, inoltre, eviterebbe le pericolose dinamiche della politica opposta, che implicano coinvolgimenti in azioni di guerra le quali, a loro volta, si mostrano in grado di generare altre crisi, in una spirale senza fine. Per tale ragione, esso è stato significativamente definito come the foreign policy of peace. Si tratta di un proposito ideale che, sovente, si è visto inserito nelle piattaforme programmatiche delle diverse forze politiche che si contendono il potere nell’agone elettorale; le quali, dopo essere state regolarmente premiate per tale scelta, hanno poi, puntualmente, disatteso il mandato che avevano ricevuto.

Ma più ancora che al singolo elemento statuale, la moderna concezione della guerra per mezzo della quale si dice di voler esportare valori e ideali è figlia di una precisa ‘cultura della tolleranza’ partorita alcuni secoli fa. Il medesimo stato di ‘guerra preventiva’, che il mondo sta attualmente attraversando, altro non sembra se non il lascito diretto di una certa cultura illuministica. In particolare, esso richiama alla mente l’attuazione ultima del progetto filosofico kantiano, che nel “primo articolo definitivo per la pace perpetua” riportava espressamente la clausola vessatoria secondo la quale “[l]a costituzione civile di ogni Stato dev’essere repubblicana”. Una considerazione, quest’ultima, che aprirebbe altre importanti occasioni di riflessione, le quali nel presente contesto non si possono se non sfiorare. Questioni che, tuttavia, il lettore interessato potrà trovare in gran parte analizzate negli altri saggî che compongono The Costs of War.

Appendice


Robert E. Lee: un filosofo in punta di baionetta

di Paolo Zanotto*

“La mia esperienza degli uomini non mi ha portato né a pensarne il peggio, né mi ha impedito di servirli; né, a dispetto dei fallimenti, che rimpiango, degli errori, che oggi io vedo e riconosco, o del presente stato delle cose, io dispero del futuro. La marcia della provvidenza è così lenta, e i nostri desideri tanto impazienti, il lavoro del progresso è così immenso, e i nostri mezzi di facilitarlo così deboli, la vita dell’umanità è così lunga, e quella dell’individuo tanto breve, che noi spesso vediamo soltanto il riflusso dell’onda che si avanza, e siamo dunque scoraggiati. È la storia che ci insegna a sperare” (Robert E. Lee).


Nelle pagine precedenti, fra i varî temi trattati, si è affrontata la questione della guerra di secessione americana (1861-1865), alla quale seguì la vittoria degli Stati del Nord e la conseguente occupazione militare del Sud (1866-1867). Come visto, Murray Rothbard considerava tale avvenimento storico uno dei rari esempî di ‘guerra giusta’. La ragione di una tale valutazione risiede nelle cause che la determinarono; tuttavia, può non essere un mero accidente o un irrilevante particolare che tra le figure di spicco di quel conflitto si trovasse, dalla parte ‘giusta’, un uomo profondamente ‘giusto’, come il generale Robert E. Lee.

Il maggior pregio riconosciuto a Lee - ciò che ha permesso di descriverlo come un vero e proprio “filosofo” - è stato quella caratteristica personale che lo ha visto non soltanto come un cultore, curioso e spassionato, della tecnica guerresca, ma anche come un attento indagatore del ruolo che la guerra ricopre nella vita dell’uomo civile. Con un’affermazione che Richard Malcom Weaver ha definito “più ricca di significato di un detto delfico”, Lee commentò una volta, posando lo sguardo sulla messe di trucidati nella battaglia di Fredericksburg, in Virginia (13 dicembre 1862): “È un bene che questo sia così terribile, altrimenti cresceremmo amandolo”. Tale atteggiamento contribuisce a spiegare per quale ragione Lee non abbia mai approfittato delle situazioni, nel tentativo di trarne il massimo successo possibile sul campo di battaglia. “C’è un grande incoraggiamento etico in questa consapevolezza”, ha condivisibilmente osservato lo stesso Weaver, dal quale risulta evidente come egli abbia compreso le inclinazioni della mentalità della massa in guerra al pari dei più esperti manipolatori della moderna propaganda, ma convogliando questa sua conoscenza in un differente corso d’azione.

In effetti, scorrendo le pagine che racchiudono alcuni dei pensieri espressi dal generale, è inevitabile imbattersi in preziose perle sapienziali nelle quali appare evidente il prudente dosaggio di diversi ingredienti, come un sano realismo politico al fianco di solidi principî morali. Come ebbe a dire lo stesso Lee: “Noi avevamo, e mi bastava, sacri principî da preservare e diritti da difendere, per i quali era nostro dovere fare del nostro meglio, anche morire nel tentativo di render loro giustizia”. Uno dei nodi centrali della sua riflessione coincise, appunto, con la definizione del concetto ideale del “dovere” come la parola più sublime del linguaggio. Sempre secondo Weaver, se “[i]nterpretato compiutamente, il ‘dovere’ di cui parla Lee è il mezzo attraverso il quale la libertà si preserva riconoscendo la responsabilità. L’uomo, quindi, si perfeziona attraverso la disciplina, e al cuore della disciplina c’è il sacrificio”. Quel sacrificio il quale un cristiano profondamente credente, come era Robert Lee, sapeva bene essere un cómpito che, ogni tanto, Dio conferisce agli uomini: combattere e fallire per una giusta causa. Il virginiano, infatti, sapeva bene che “[l’]umana virtù dev’essere pari alle disgrazie umane”. Questo spessore tragico del pensatore Lee ha offerto l’occasione a Weaver di osservare come in lui l’idea del dovere si ricollegasse a quella qualità che, più di ogni altra, gli conferiva un’antica grandezza: la sua umiltà. “Egli credeva all’esistenza di un ordine delle cose. Che questo ordine è provvidenziale nel senso che la saggezza mortale non può essere paragonata all’infinita saggezza. Questa verità, tuttavia, non trasmette nessun fatalismo o determinismo: l’individuo non è esentato dall’esercitare la sua volontà nel mondo e dal tentare di influenzare il corso delle cose d’accordo con il lume della sua razionalità. L’uomo non può tirarsi indietro: deve riflettere e scommettere, e sostenerne le conseguenze. Assumere che il suo lume sia sempre sufficiente è orgoglio. L’educazione è disciplina e l’educazione dura tutta la vita; ecco, abbiamo l’affermazione di Lee che l’educazione di un uomo non è mai completa sino alla sua morte. Se si ha rispetto per l’ordine delle cose, è quindi possibile accettare il fallimento come un ammaestramento anziché come un totale disconoscimento di quanto s’è fatto. Io non vedo come possa essere spiegata la serenità di Lee nel momento della crisi, e il suo autocontrollo nei giorni nell’angoscia, se non in virtù di questa sua certezza, che è poi la risposta del cristianesimo ai paradossi dell’esistenza”, ha scritto Weaver. Come contraddirlo?

Lee rappresenta un po’ il simbolo, per ovvie ragioni, di quel controverso episodio della storia americana che fu la guerra di secessione. Controverso, almeno, per chi è stato sottoposto a secoli di propaganda da parte di coloro i quali, come noto, la storia finiscono sempre per farla: i vincitori; tanto che qualcuno ha potuto dichiarare che tale disciplina altro non è se non ‘il sarcasmo del vincitore’. Tuttavia, non per tutti è stato così complicato distinguere la realtà dei fatti attraverso il fumo dei cannoni. È ravvisabile, infatti, dalle parole contenute nella lettera che John Dalberg Acton, altresì noto come Lord Acton, scrisse a Lee il 4 novembre del 1866, la vivida percezione di un’occasione mancata, con la guerra di secessione, per riaffermare i diritti umani di libertà, fondati su quello che - sulle orme di John Randolph di Roanoke - si potrebbe definire come social bond individualism: “Vedo nei diritti degli Stati l’unica forma di controllo possibile dell’assolutismo della volontà sovrana, e la secessione mi ha riempito con la speranza non della distruzione ma della redenzione della democrazia. Le istituzioni della vostra Repubblica non hanno esercitato sul vecchio mondo l’influenza salutare e liberatoria che avrebbero dovuto, a cagione di quei difetti e di quegli abusi di principio che la Costituzione confederata era stata espressamente e saggiamente pensata per rimediare. Io credo che l’esempio di quella grande Riforma avrebbe benedetto tutte le razze dell’umanità stabilendo una vera libertà depurata dagli originari pericoli e disordini delle Repubbliche. […] Pertanto, io credo che voi abbiate combattuto le battaglie della nostra libertà, del nostro progresso, della nostra civiltà; e piango per tutto quel che è andato perduto a Richmond assai di più di quanto gioisca per ciò che è stato salvato a Waterloo”. Quella che segue è la replica di Lee ad Acton.


Risposta del generale Robert E. Lee a Lord Acton

Lexington, Virginia, 15 dicembre 1866.

Signore,

- Sebbene la vostra lettera del 4 novembre scorso sia rimasta alcuni giorni senza risposta di fronte a me, spero che non attribuiate ciò ad una mancanza d’interesse per l’argomento, bensì ad una mia incapacità di tenere il passo con la corrispondenza. Come cittadino del Sud mi sento profondamente obbligato nei vostri confronti per la simpatia che avete manifestato con la sua causa, e sono consapevole di essere debitore della vostra gentile considerazione di me medesimo rispetto a tale causa. L’influenza dell’opinione corrente in Europa sulle attuali politiche dell’America è sempre benvenuta; e l’importanza delle questioni adesso in discussione negli Stati Uniti, che coinvolgono non soltanto la libertà costituzionale e il governo legittimo in questo paese, ma il progresso della libertà universale e la civiltà, conferisce alla vostra proposta un particolare valore, e si sommerà alla obbligazione di cui ogni vero americano deve esservi debitore per gli sforzi che avete compiuto al fine d’indirizzare a dovere quella opinione. Fra dichiarazioni e sentimenti contrastanti in entrambi i paesi, non sarà facile cómpito scoprire la verità, o alleggerirla della massa di passioni e pregiudizî, con la quale è stata coperta da spirito di parte. Sono consapevole del complimento contenuto nella vostra richiesta di una mia opinione circa la luce in cui la politica americana dovrebbe esser guardata, e la mia impressione, non ho il tempo di addentrarmi in una spiegazione, era che fosse cominciata con i fondatori della costituzione e fosse continuata fino ad oggi. Posso solo dire che mentre avevo considerato che la conservazione del potere costituzionale del governo centrale fosse il fondamento della nostra pace e della sicurezza in patria come all’estero, ancora credo che il mantenimento dei diritti e l’autorità riservati agli stati e al popolo, fossero non soltanto essenziali per il riordinamento e l’equilibrio del sistema generale, ma la salvaguardia per la perpetuazione di un governo libero. Considero quanto detto come la principale sorgente di stabilità del nostro sistema politico, mentre il consolidamento degli stati in una vasta repubblica, fonte certa di aggressività esterna e dispotismo in patria, costituirà il sicuro precursore di quella rovina che ha oppresso tutti quelli che l’hanno preceduto. Non è necessario che, rivolgendomi a chi è così ben informato sulla storia americana, come voi siete, faccia riferimento ai documenti ufficiali di Washington e Jefferson, i rappresentanti del partito federale e democratico, in cui si denunciavano il consolidamento e la centralizzazione del potere, come tendenti alla sovversione delle prerogative dello Stato e al dispotismo. Gli stati del New England, i cui cittadini sono i più fieri oppositori degli stati del Sud, non hanno mai ammesso le opinioni che adesso difendono. All’acquisto della Louisiana da parte del sig. Jefferson, essi in pratica rivendicarono il diritto di secessione per mezzo dei loro uomini più rappresentativi; e nell’assemblea che si riunì a Hartford nel 1814, essi minacciarono il disgregamento dell’Unione, a meno che la guerra non fosse cessata. La rivendicazione di questo diritto è stata ripetutamente fatta dai loro uomini politici quando il loro partito era debole, e il Massachusetts, il principale fra gli stati in guerra contro il Sud, dichiara, nel preambolo della sua costituzione, che il popolo di quella confederazione “ha il solo ed esclusivo diritto di governare se stesso come stato libero, sovrano e indipendente, e fa esercizio, e per sempre lo farà in avvenire, e gode di ogni potere, giurisdizione e diritto che non è, o può non essere per l’avvenire, da esso espressamente delegato agli Stati Uniti d’America riuniti in congresso”. Tale è stato in sostanza il linguaggio dei Governi degli altri stati, e questa è la dottrina perorata dagli uomini-guida del paese negli ultimi settant’anni. Il giudice Chase, l’attuale Chief Justice degli Stati Uniti, non più tardi del 1850, si dice che abbia dichiarato al Senato, del quale era membro: “non conoscevo nessun rimedio nel caso di rifiuto da parte di uno stato di adempiere ai patti stipulati”, riconoscendo in tal modo la sovranità e l’indipendenza dell’azione dello stato. Ma non voglio tediarvi con questa vana discussione. Vana perché il buonsenso della ragione è stato destituito dall’arbitrio della guerra, intrapresa allo scopo dichiarato di mantenere l’unione fra gli stati. Se, dunque, il risultato della guerra deve essere considerato come quello di aver decretato che l’unione degli stati è inviolabile e perpetua sotto la costituzione, ne segue naturalmente che non è competenza del governo centrale compromettere la sua integrità escludendo uno stato, così come non lo è per i singoli stati di fare altrettanto attraverso una secessione; e che l’esistenza e i diritti di uno stato derivati dalla costituzione sono così indistruttibili come l’unione stessa. La legittima conseguenza è che deve derivarne una perfetta eguaglianza di diritti fra tutti gli stati; il diritto esclusivo di ciascuno a regolare i suoi affari interni in base alle norme stabilite dalla Costituzione, e il diritto di ciascuno stato a prescrivere per se stesso i requisiti del suffragio. Il Sud ha lottato solo per la supremazia della costituzione, e la giusta amministrazione delle leggi fatte conformemente ad essa. La Virginia fino all’ultimo fece grandi sforzi per salvare l’unione, ed esortò all’armonia e al compromesso. Il senatore Douglass, nelle sue osservazioni sul progetto di legge relativo al compromesso raccomandato dalla commissione dei tredici nel 1861, affermò che ciascun membro del Sud, incluso i sigg. Toombs e Davis, aveva espresso la propria buona volontà di accettare la proposta del Senatore Crittenden del Kentucky, come decisione finale della controversia se sostenuta dal partito repubblicano, e che l’unica difficoltà che si frapponeva ad un aggiustamento amichevole fu soltanto con il partito repubblicano. Chi dunque è responsabile della guerra? Per quanto il Sud avrebbe preferito qualsiasi onorevole compromesso rispetto alla guerra fratricida che ha avuto luogo, esso ne accetta adesso in buona fede i risultati costituzionali, e accoglie senza riserve l’emendamento che è già stato fatto alla costituzione per l’abolizione della schiavitù. Si tratta di un evento che è stato a lungo cercato, sebbene in maniera diversa, e da nessuno è stato più ardentemente desiderato che dai cittadini della Virginia. In altri termini, credo che la costituzione non possa subire alcun cambiamento, ma che essa possa essere trasmessa alle future generazioni nella forma in cui noi la ricevemmo dai nostri antenati. Il mio desiderio che gli stati del Sud godano della buona opinione di qualcuno che stimo tanto quanto voi, mi ha indotto a dilungarmi nelle mie osservazioni più di quanto fosse nei miei propositi, e temo che ciò mi abbia portato ad esaurire la vostra pazienza. Se ciò che ho detto servisse a dare qualche informazione che riguarda la politica americana, e vi mettesse in grado di illuminare la pubblica opinione circa i veri interessi di questo strano paese, spero che perdonerete la mia prolissità.

Riguardo alla vostra richiesta circa il mio prossimo impegno nel preparare una storia delle campagne in Virginia, mi rammarico di dire che progredisco lentamente nella raccolta dei documenti necessarî per il suo completamento. In particolare, lamento lo smarrimento dei rapporti ufficiali che riportavano gli esigui numeri con i quali le battaglie furono combattute. Non ho avuto modo di visionare il lavoro dell’ufficiale prussiano che voi menzionate e perciò non posso esprimermi in merito, circa la sua accuratezza.

- Rispettosamente vostro,

R. E. Lee

(Traduzione di Paolo Zanotto)


[*] Paolo Zanotto (Siena, 1974) è dottore di ricerca in “Storia del pensiero politico europeo moderno e contemporaneo”. Si è occupato di diversi temi connessi in vario modo con il pensiero libertario statunitense ed europeo, nonché di questioni legate alla tradizione neoscolastica spagnola, collaborando attivamente con numerose riviste italiane e straniere, fra cui “Il pensiero politico”, “Federalismo & Libertà”, “La Ilustración liberal”, “élites”, “Procesos de Mercado”, “Etica & Politica”. In particolare, è autore di un volume su Il movimento libertario americano dagli anni sessanta ad oggi: radici storico-dottrinali e discriminanti ideologico-politiche, Siena, Università degli Studi di Siena-Di. Gips (collana “Monografie”), 2001, e di uno studio intitolato Liberalismo e tradizione cattolica. Osservazioni critiche su Juan de Mariana (1535-1624), Soveria Mannelli [CZ], Rubbettino Editore (Quaderni dell’Istituto Acton), 2004.

 


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