Discorso di Novello Papafava in presentazione del libro “Proprietari di sé e della natura. Un’introduzione all’ecologia liberale” (Liberilibri 2004), al convegno “Quale ecologia per il terzo millennio”, organizzato da Scelte Libere il 1 Dicembre 2004 a Roma.


La verde proprietà

Quel che vi esporrò è una breve ed elementare anteprima del contenuto del mio libro, nella speranza di indurvi alla lettura.

In questo saggio ho cercato di dimostrare perché il nostro ambiente naturale è stato inquinato e “brutalizzato” dallo statalismo; ovvero laddove è assente un ordine fondato sul diritto di proprietà privata e il libero scambio di titoli sulle risorse naturali.

Per cominciare con qualche esempio, i terribili incendi a cui assistiamo nei telegiornali ogni estate, tutti gli anni, divampano nei parchi e nei boschi del demanio pubblico. Gli allarmi di Greenpeace e del Sierra Club sui disboscamenti selvaggi sono validi forse per le foreste tropicali nei paesi del terzo mondo, su cui i diritti di proprietà sono assenti o perlomeno insicuri. Mentre vi sono poche lamentele riguardo i boschi posseduti dalle compagnie di legname in nord Europa o nel sud degli Stati Uniti. Qui i proprietari ripiantano coscienziosamente man mano che procedono al taglio. Inoltre sorvegliano dagli incendi i loro alberi, proprio perché si guardano bene dal mandare in fumo in poche ore il loro prezioso capitale di legname accumulato nei decenni.

Si faccia il confronto della triste sorte di animali come le tigri, i rinoceronti, i panda destinati all’estinzione, con quella delle vacche, dei cavalli o dei polli che non scompariranno mai dal pianeta, finché apparterranno ad allevatori che per il proprio profitto, oltre ad essere affezionati alle loro bestie, si preoccupano della loro salute e proliferazione.

Per lo stesso interesse personale, se una compagnia privata fosse proprietaria del Lago di Garda, come già avviene per molti fiumi e torrenti in Inghilterra e in Scozia, chiunque vi scaricasse rifiuti verrebbe processato per aver aggredito la proprietà privata altrui, costretto a risarcire i danni e a cessare immediatamente l’azione aggressiva. È solo perché le acque non appartengono a nessuno che nessun proprietario insorge per difendere la sua preziosa risorsa dagli attacchi esterni.

Anche l’esperienza di tutti i giorni ci conferma che le stesse persone che sporcano le strade, imbrattano i muri e lasciano rifiuti sulle spiagge, in casa propria non adottano né tollerano tali comportamenti. Come aveva espresso candidamente Aristotele nella Politica: “L’uomo ha maggior cura per ciò che è proprio rispetto a ciò che ha in comune con altri.”

Beni pubblici beni di nessuno

Ma perché proprietà pubblica implica una tendenza all’incuria e all’abbandono? Perché nessuno ne è responsabile. Non certo noi cittadini. Come spiega chiaramente Murray N. Rothbard proprietà pubblica è solo un eufemismo per indicare il controllo da parte della classe politica su un bene. Noi non possiamo stabilire la destinazione dei beni statali. È impensabile che un cittadino recinti, ad esempio, un tratto del litorale Marchigiano o del Parco nazionale degli Abruzzi per un suo uso personale. Verrebbe arrestato, portato in tribunale, multato e se si opponesse anche incarcerato.

Ma soprattutto, a dimostrare che noi non siamo affatto proprietari della “res publica” è il fatto che non possiamo vendere a terzi la nostra quota di proprietà statale; come possiamo fare se siamo membri di un condominio o soci di un’azienda. E non poter vendere una cosa vuol dire non possederla affatto.

Per questo stesso motivo, però, neppure i governanti sono autentici proprietari. Essi sono solo gestori transitori dei beni pubblici, limitatamente al periodo della loro carica. I funzionari dello Stato possiedono solo l’uso immediato, ma non l’intero valore capitale della risorsa, che rimane non posseduto da nessuno. Non potendo neppur loro vendere personalmente fiumi e mari in borsa, ad esempio, essi non hanno l’incentivo a preservarne la purezza e il valore, o a tutelare l’integrità degli argini; cioè ad amministrarli in modo lungimirante. Al contrario, la loro tendenza è di sfruttare politicamente al massimo l’uso durante il breve periodo della loro carica.

In che modo? Solitamente offrendo le scarse risorse a condizioni di favore ai gruppi di pressione più influenti, capaci di ricambiare con voti o con appoggi economici. E questo non è un aspetto patologico, bensì la fisiologia del sistema democratico. Un politico che non dispensa favori con i beni che controlla soccombe nella competizione elettorale, perché il consenso si ottiene concedendo favori.

Questo è il motivo per cui per più di un secolo, dall’inizio della rivoluzione industriale fino a circa gli anni ’70 del ‘900, i governi hanno permesso agli industriali di inquinare impunemente l’aria e l’acqua, a loro piacimento. Ma anche i regolamenti successivi agli anni settanta hanno seguito una logica non dissimile (il Clean Air Act del 1977, invece di proteggere l’aria, fu una legge per favorire la lobby dei produttori di carbone ad alto contenuto di zolfo degli Appalachi rispetto ai concorrenti occidentali).

Vi sono moltissimi altri casi storici di tale “tragedia dei beni collettivi”. Uno dei più classici è quello delle immense terre da pascolo del West americano nella seconda metà dell’ottocento appartenenti al demanio federale. Il governo insistette ad offrirle ai mandriani come “prateria aperta” così furono distrutte per oltre due terzi rispetto a quella che era la loro condizione originaria, a causa di un pascolo eccessivo e prematuro che non permetteva all’erba di rigenerarsi.

Anche il fenomeno del progressivo spopolamento ittico dei mari è un altro caso di enorme tragico sovrasfruttamento. Il National Marine Fisheries Service degli Stati Uniti, ad esempio, nel 1999, nelle proprie acque territoriali ha elencato più di cento specie marine in via di estinzione ed altre seicento ad alto rischio di cui non è neppure in grado di stimare la popolazione. Il “socialismo dei mari”, ovvero il libero accesso alle riserve di pesca, ha fatto fa sì che nessun pescatore abbia interesse a limitarsi nella quantità pescata e tantomeno a fare investimenti di ripopolazione. Perché pasturare aringhe o gamberetti, e fertilizzare i mari, solo per assistere impotente ad altri pescatori che sottraggono il risultato del tuo lavoro? Solo con diritti esclusivi sui tratti di mare in cui pescano, i pescatori si trasformerebbero da pirati predatori quali sono oggi in responsabili “coltivatori di mari”. Come è avvenuto sulla terra, dove l’uomo si è evoluto da cacciatore e raccoglitore di frutti spontanei in agricoltore e allevatore. Se questo dovesse avvenire, assisteremmo ad una tale fioritura dell’acquacoltura che neppure riusciamo a immaginare.

Dove sono state assegnate concessioni sulle acque costiere si scorgono risultati straordinari. Da quando la Norvegia ha privatizzato alcuni tratti delle proprie acque territoriali, il salmone dei vivai situati tra i fiordi è diventato una delle poche specie di pesce al mondo a soffrire del problema di sovrappopolamento! (Tanto che in un certo periodo tra il 95 e il 96 il governo norvegese ha proibito di alimentare i salmoni al fine di ridurre di qualche migliaio di tonnellate la massa da vendere per rispondere alle proteste dei pescatori stranieri concorrenti).

Il mercato moltiplica le risorse

Per questo è infondata la teoria dello Sviluppo sostenibile, secondo cui il libero mercato, sprecone, non è in grado di assicurare alle generazioni future la quantità di risorse naturali attuale e richiede un freno politico a livello globale. Dove al mercato è stato permesso di operare liberamente, invece, esso ha moltiplicato, di generazione in generazione, l’accesso alle risorse, comprese quelle cosiddette “non rinnovabili” come i minerali.

Prendiamo in considerazione il noto esempio del rame. Nei primi anni del secondo dopoguerra vi era il timore che si stessero per esaurire le riserve di rame su cui si basava, e si basa ancora, il sistema delle telecomunicazioni. E per quale motivo tale prezioso conduttore non è stato spazzato via dalla nostra avida società consumista?

Perché il rame, come molti altri minerali, è soggetto alla disciplina dei prezzi di mercato. Se i minatori si attendono un esaurimento di rame nel futuro, per loro convenienza, ne estrarranno meno oggi e aspetteranno a produrne altro quando il prezzo sarà più alto. E questo taglio di oggi nella produzione del metallo farà aumentare anche il suo prezzo attuale. Cosa che segnalerà pure ai consumatori di rame che esso sta diventando più scarso, inducendoli a farne un uso parsimonioso e a sostituirlo con metalli più economici (né pentole né tubi in rame). Ma soprattutto, l’aumento attuale del prezzo del rame stimolerà: a) una corsa alla ricerca di nuove miniere e b) una ricerca di sostituti meno costosi e più efficienti, attraverso nuove tecnologie.

Questa è la ragione precisa per cui il rame è oggi più abbondante che mai, a differenza di ciò che i catastrofisti neo maltusiani come il Club di Roma o i coniugi Meadows, o il World Watch Institute prevedevano. E nuove fonti sono state scoperte in Sudamerica, in Canada e in Africa. Inoltre, la molla del profitto ha portato all’invenzione della fibre ottiche, incredibilmente più efficienti del rame. E tecnologie (come Adsl) che, grazie alla compressione dei dati trasmessi lungo le linee telefoniche, consentono di utilizzare i nostri vecchi “doppini” telefonici in rame, in modo centinaia di volte più efficiente.

Stesso discorso vale per il petrolio. Nonostante le continue angosce di esaurirlo, abbiamo molto più disponibilità di petrolio oggi di quanto ne avevano i nostri antenati primitivi, sebbene molto sia stato bruciato. Innanzitutto per il fatto che la società industriale ha inventato il petrolio come risorsa, che prima era solamente un indesiderato liquame fossile che contaminava le acque (e ricordiamolo, solo l’ingegno trasforma la materia in risorsa utile). Inoltre il grande incremento di efficienza dei motori, la continua scoperta di nuovi giacimenti e la possibilità di estrarre a profondità sempre maggiori e su nuove superfici come i fondali oceanici, sono forze che superano di gran lunga il tasso a cui consumiamo il petrolio. Tutte le crisi petrolifere sono derivate da problemi politici di cartelli di governo dei paesi produttori, guerre, pesantissime tasse sui carburanti, e non dall’aumento dei costi di produzione.

Anche se è un concetto per alcuni un po’ ostico da accettare, quando dietro ad una risorsa vi sono proprietari, più questa viene consumata, più si moltiplica la sua abbondanza. Più carta consumiamo, più alberi destinati alla produzione di cellulosa verranno piantati. Ed è grazie al consumo di carta che l’estensione dei boschi in molti paesi è cresciuta negli ultimi cinquant’anni, e per questo è tanto ingenua la passione ecologista per la carta riciclata.

Ciò vale anche per gli elefanti. Nello Zimbabwe, da quando nel 1975, grazie al progetto Campfire, sono stati affidati gli elefanti alle tribù ed ai villaggi, attraverso il semplice allevamento per rifornire il business dei safari di caccia il loro numero è cresciuto del 40%. Mentre in Kenia, dove il presidente marxista Arap Moi ha dichiarato gli elefanti “intoccabili” e ha seguito i dettami dell’Onu che bandiscono il commercio dell’avorio, il bracconaggio furioso sta portando i pachidermi alla completa estinzione.

Una precisazione a cui tengo molto è che la nostra posizione di ecologisti di mercato non venga confusa con l’orientamento neoconservatore assai di moda oggi. Spero di aver chiarito che noi non difendiamo “i privati”, cioè imprenditori e industriali qualunque sia la loro condotta. Quando un industriale inquina l’aria del proprio vicino compie un atto vandalico che in una società libera verrebbe punito e interrotto con la forza. E neppure sottovalutiamo la gravità dei problemi ambientali, nella convinzione che questi si risolvano da soli in attesa di un’inesorabile progresso. Si veda, ad esempio, il noto libro di Bjørn Lomborg “L’ambientalista scettico”, secondo cui, come recita il sottotitolo, “Non è vero che la Terra è in pericolo”. Se effettivamente, come documenta Lomborg, molti allarmi (come la sovrappopolazione o l’effetto serra) si rivelano solo emergenze fasulle, create ad arte per ottenere soldi e potere da parte delle burocrazie ambientali, molte altri drammi non si possono negare (si pensi ai versamenti dalle petroliere). Cioè noi pensiamo che la Terra “è in pericolo”, ma che il pericolo sia lo statalismo, cioè l’incapacità di seguire coerentemente la logica dei diritti individuali.

Come ha insegnato negli anni venti Ludwig von Mises, la pianificazione economica è impossibile perché, senza la proprietà, non potendo essere oggetto di compravendite, le risorse non acquisiscono un prezzo e l’economia intera viene privata dei segnali delle scarsità relative. I consumatori sprecheranno e non avranno più alcun riguardo per i beni mentre i produttori, in assenza di un profitto, smetteranno di correre incontro ai nostri bisogni. Per questo la pianificazione ecologica porta con sé tutto il caos e le contraddizioni interne di quella economica di cui tutti conoscono l’esito di miseria e dispotismo.

Soluzioni utopiche?

Ora vorrei rispondere alla critica di utopismo che spesso viene rivolta alle nostre soluzioni. Molti concedono che se, ad esempio, le balene avessero un padrone/allevatore, questi le crescerebbe sì per ucciderle e venderne la carne e il grasso, ma al tempo stesso si curerebbe della loro salute e proliferazione, molto più dei burocrati dell’International Whaling Commission. E che forse i proprietari potrebbero scortare le balene con le navi durante le migrazioni per proteggerle dai bracconieri e dalle orche assassine e potrebbero organizzare visite turistiche alle proprie fattorie di balene nel mezzo dell’oceano.

Tuttavia l’idea che tratti di mare e gli esseri viventi che li abitano possano essere posseduti appare a molti una trovata stravagante, da romanzo di fantascienza. Eppure di impedimenti tecnici non ve ne sono: per tenere sott’occhio cetacei e banchi di pesci esistono già la marchiatura elettronica, i sonar e i satelliti. E la ragione per cui oggi non abbiamo recinzioni elettroniche virtuali per l’acqua non è perché è un progetto irrealizzabile, ma è perché lo Stato non lo ha permesso, si è arrogato ogni spazio vergine e molti si sono abituati all’idea. Ma supponiamo il contrario, cioè che i diritti di proprietà sull’acqua fossero stati da sempre riconosciuti dalla legge. Non richiede un grande sforzo di immaginazione supporre che scienziati e ingegneri sarebbero da tempo diventati capaci di offrire nuove tecnologie per poter distinguere tra il “mio” e il “tuo” anche sull’acqua.

Stesso discorso vale per le tecniche che possono difendere il proprio spazio aereo da immissioni inquinanti. Se fin dall’ottocento si fossero sempre mantenuti rigorosamente i diritti di proprietà dell’aria, noi oggi potremmo disporre, ad esempio, di avanzate tecnologie traccianti. Si tratta di isotopi leggermente radioattivi che se introdotti nelle ciminiere, imitano il comportamento dispersivo del gas, e possono essere rilevati a distanza, cosa che può aprire la strada a cause contro gli inquinatori.

Tali tecnologie ci appaiono avveniristiche, e non sono d’uso comune, solo perché a noi sono mancati un secolo e mezzo di ricerca e sviluppo nell’ambientalismo legale, perché il sistema giuridico non ha mai garantito in modo fermo il diritto di proprietà dalle invasioni inquinanti. Mentre è perché un crimine come l’omicidio è sempre stato considerato illegale che noi oggi abbiamo i test del dna, le impronte digitali e tutte le altre utilissime tecniche della medicina legale per scoprire il colpevole. Lo stesso potremmo avere oggi nella scienza forense ambientale.

Una ragione in più

Vi è un’ultima considerazione molto importante da fare. Riguarda la superiorità morale delle soluzioni che utilizzano i diritti di proprietà.

Come ha chiarito nel seicento John Locke, padre del liberalismo giusnaturalista, il nostro diritto alla vita implica un diritto a trasformare la materia che la natura ci ha dato in beni di consumo e a possedere il risultato delle nostre fatiche. Siccome pochissimi dei nostri bisogni vengono soddisfatti in modo semplice e spontaneo dal nostro ambiente naturale, noi dobbiamo continuamente plasmare e dominare la natura per i nostri fini. (Tra l’altro, questa impostazione è anche il linea con l’indirizzo biblico della Genesi ed è il contrario dell’ecologismo radicale che marginalizza l’uomo equiparandolo a una qualunque bestiola).

Noi riteniamo invece che l’uomo primitivo che riesce a catturare un cavallo selvatico, a recintarlo e ad addestrarlo per essere cavalcato, per dirla con Locke “mescolandovi il suo lavoro”, ha ragione di ritenerlo suo. E chi può negare che il sequestro del cavallo da parte di un altro uomo o da parte della comunità mondiale sia una mostruosa ingiustizia? (Si pensi alle direttive del Cites che non permettono alle popolazioni africane di gestire i loro animali selvatici come meglio credono).

Più in generale, mentre un liberale vede con favore il potere dell’uomo sulla natura, che è la fonte della creatività e promuove la vita, rimprovera e contesta il potere sugli uomini. Poiché implica il parassitismo e la schiavitù. Tra acquisire i mezzi attraverso la produzione e lo scambio volontario, e acquisirli attraverso l’espropriazione violenta, senza consenso, sta un abisso di ordine etico. Anche se il furto viene ammantato da un crisma di legalità democratica.

Le proposte dell’ecologia liberale, allora, non solo sono straordinariamente efficaci, ma vantano anche la superiorità di tutelare l’ambiente non mediante tasse estorte o diktat autoritari, ma attraverso la libera e volontaria cooperazione nel “sacro” rispetto del prossimo e dei suoi legittimi averi.

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Appendice sull’effetto serra

Temendo i cataclismi prospettati dagli ecologisti sul riscaldamento globale, l’organismo dell’Onu che osserva il clima, l’Intergovernamental Panel on Climate Change (Ipcc), ha organizzato nel dicembre 1997 il “protocollo di Kyoto”, che dovrebbe impegnare i paesi firmatari a drastiche politiche di riduzione delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera (attraverso tasse, razionamenti, e altri strumenti come l’Emission Trading, Clean Development Mechanism).

Ma non vi è alcun consenso scientifico sul fatto che le emissioni antropogeniche di anidride carbonica abbiano effetti sul clima. Se è vero che misurando la presenza del gas intrappolato negli strati dei ghiacciai, si è constatato che l’aumento di anidride carbonica è stato del 28 per cento negli ultimi duecento anni, a nessuno è chiaro chi ha prodotto quella CO2 e quali saranno le conseguenze climatiche.

Come riporta il fisico Franco Battaglia, l’anidride carbonica antropogenica immessa nell’atmosfera è una piccola frazione di quella immessa da fonti che l’uomo non può neppure controllare. Nell’atmosfera ci sono oggi circa 3˙000 gigatonnellate di anidride carbonica, di cui solo 6 o 7 sono immesse dall’uomo, mentre 1˙000, ad esempio, solamente dagli insetti.

Neppure si è sicuri che la temperatura del pianeta sia tanto aumentata. Un ruolo non da poco nel rilevamento di temperature più alte è da attribuire alle grandi metropoli, le quali creano vere e proprie “isole di calore”. Una volta corretto per tenere conto di tale effetto, l’aumento della temperatura globale del pianeta risulta di solo 0,6 gradi centigradi negli ultimi cento anni. E questo aumento della temperatura non può essere collegato facilmente al livello di biossido di carbonio provocato dalle attività industriali umane. La fonte più accurata la rilevazione satellitare, disponibile dal 1979, non mostra aumenti della temperatura dagli ultimi vent’anni, in cui vi è stato il massimo incremento di emissione di anidride carbonica.

Il punto è che i modelli computerizzati con cui vengono elaborate le previsioni a lungo termine rimangono sommarie approssimazioni rispetto alla complessità del clima. Vi sono un’infinità di variabili in gioco. La variabilità delle radiazioni solari, che gioca un ruolo fondamentale nelle variazioni della temperatura, viene ignorata dai modelli. E soprattutto il vapore acqueo, che gli scienziati ritengono sempre più come la variabile decisiva nella dinamica di determinazione del clima, in questi modelli di previsione è considerata in maniera rigida e senza immaginazione. Vi è chi sostiene, come il professor Kenneth E. F. Watt all’Università della California, che se gli oceani si riscaldano possono rilasciare più vapore acqueo nell’atmosfera, questo a lungo termine potrebbe condurre ad un raffreddamento dell’aria, a causa della presenza di nubi di vapore acqueo destinati a ridurre la penetrazione dei raggi solari e ad aumentare la forza delle correnti di convezione che portano il calore verso la troposfera.

Ma, soprattutto, bisogna dire che il clima del nostro pianeta è sempre variato negli ultimi duemila anni. Come Thomas Gale Moore ha messo in evidenza, il globo subisce riscaldamenti e raffreddamenti che si alternano periodicamente nelle ere a causa di fenomeni molto complessi in cui noi umani non giochiamo alcun ruolo. Ad esempio, se la Groenlandia ha questo nome che significa terra verde, è perché i vichinghi trovarono quella terra coperta di alberi e la sua temperatura media era di circa tre gradi superiore a quella attuale. Sembra poi che nel 1700, si coltivasse la vite in Scozia.

Allora, prima di criminalizzare l’umanità intera per le sue emissioni (e tra l’altro un clima più caldo potrebbe benissimo essere migliore) e prima di impoverirla coi razionamenti energetici dovremmo aspettare di avere prove valide.