Et-et: il ''centro'' di un sano realismo cristiano

Di Marco Massignan

"Accadde una notte di luglio e di afa, trentasei anni fa. Il giovane laureando si assopì agnostico, "liberal", mangiapreti e si risvegliò con un irresistibile desiderio: mettere in discussione la fede illuministica nella Dea Ragione e usare la ragione per confermare la Fede". Così, Francesco Cevasco, in un articolo apparso sul "Corriere della Sera" il 29 giugno 2000, raccontava la conversione del Nostro: conversione da lui stesso definita come "una evidenza del cuore". Stiamo parlando, per chi non l'avesse ancora intuito, di Vittorio Messori.

Giornalista e scrittore, fine apologeta, ha dedicato (e dedica) buona parte della sua vita terrena alla ricerca delle ragioni per credere. Tutti i suoi libri sono accomunati da questo filo rosso: il tentativo unitario di sprofondare una sonda nel tessuto della fede per vedere se questa "regge" all'urto della ragione post-moderna. Da "Ipotesi su Gesù" (il primo di una serie di sorprendenti ed inaspettati successi editoriali) a "Varcare la soglia della Speranza" (il libro-intervista a Giovanni Paolo II), fino all'ultimo - "Il mistero di Torino" (scritto a quattro mani con Aldo Cazzullo) -, non si può non scorgere il costante bisogno di colmare quel "gap" tra ragioni del cuore e ragioni della ragione, per usare il linguaggio di Pascal, il francese tanto caro a Messori. Una fede, quella nel Dio di Gesù Cristo, intesa come scommessa ("abbastanza luce per credere, abbastanza ombra per dubitare": la strategia di un Dio che gioca a nascondino con le sue creature); che diviene però presa di posizione decisa, vissuta coerentemente e pienamente, non certo in maniera timida e posticcia, buona solo come posa per i salotti radical-chic. Una fede che, alla fine, non può che essere urticante e provocatoria, ben distante dai sincretismi ed irenismi oggi tanto di moda. Non a caso, uno dei versetti evangelici preferiti da Messori (che volutamente l'ha inserito nella sua carta da lettera), è l'affermazione di Cristo: "Non sono venuto a portare la pace, ma la spada" (Lc 12,51). Una fede come scandalo e follia per la "scena di questo mondo".

È questo uno degli insegnamenti che possiamo trarre dall'opera messoriana: l'ansia di riaffermare - soprattutto in un mondo cattolico ormai privo di giusti antidoti contro il veleno secolarista - la figura di Gesù Cristo come Redentore: non un moralista, non un ideologo o un saggio che ha parlato bene, bensì il Figlio di Dio venuto a portarci la vita eterna. E non è cosa da poco: significa riscoprire l'essenza stessa del peccato originale, quella grande "verità sperimentale" (per dirla con Chesterton) della teologia; altrimenti - ci ammonisce Messori - è la vittoria di Pelagio e di Rousseau, dell'idea cioè, che l'uomo sia buono per natura e che il male risieda nel sistema, in una società non organizzata secondo i dettami della sola ragione umana. La Chiesa - da "corpo mistico di Cristo" - si ridurrebbe così ad un'agenzia di volontariato dedita alla promozione dell'etica, l'ambiente e la pace.

Un altro aspetto, tutt'altro che secondario, è la riscoperta dell'apologetica: la difesa (onesta e rigorosa: perché Dio non ha bisogno delle nostre astuzie) del deposito delle verità rivelate, della credibilità storica del cristianesimo e della storia della Chiesa, il più delle volte accusata strumentalmente dagli avversari di turno. Ecco Messori adoperarsi, dati alla mano, a respingere fieramente le varie "leggende nere" (crociate, inquisizione, Galileo, ecc.), che puntualmente la cultura laicista addebita ai cattolici - troppo spesso confusi, troppo spesso incapaci di replicare. Il passato si giudica con le sue categorie, non con le nostre.

Ma la lezione principale di Vittorio Messori, che ogni buon credente dovrebbe tenere a mente, può essere riassumile nella formula "et-et" (a differenza delle posizioni eretiche, improntate all'"aut-aut"): quella di un sano realismo cristiano, distante da ogni utopismo e velleitarismo, che sappia ritrovare il "centro" e, dinanzi ai problemi e alle sfide della nostra epoca, legga i propri tempi con le categorie della fede e della Tradizione scendendo sino ai fondamenti ultimi, senza limitarsi passivamente a recepire i quadri interpretativi da altre culture. Riecheggiando Del Noce: compito del cattolicesimo (e della Chiesa) non è quello di adeguarsi al mondo, ma, al contrario, di contestarlo.

Autore originalissimo e politicamente scorretto, spirito libero e talvolta scomodo - pur nel sincero servizio d'amore reso alla Chiesa - Messori non è classificabile in certi stantii cliché: conservatore o progressista, destra o sinistra, sono per lui categorie umane, troppo umane, che, in una prospettiva di fede, divengono solo aspetti "penultimi" - importanti sì, ma tutt'altro che decisivi. Il cristiano, pellegrino su questa terra, dev'essere allo stesso tempo straniero e presente: straniero alle illusioni del "saeculum" e presente ai mali che sgorgano da quelle false speranze, nella disincantata consapevolezza che la storia è già redenta e che il suo Regno non è di questo mondo.